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News 2020

“Boris” has changed our lives, the protagonists speak

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“Boris” ci ha cambiato la vita, parlano i protagonisti

La serie, a dieci anni dal finale, oggi è di nuovo un fenomeno grazie a Netflix. I protagonisti raccontano a Sorrisi tutti i suoi segreti


Foto: Alessandro Tiberi, Caterina Guzzanti, Francesco Pannofino, Pietro Sermonti e Paolo Calabresi in "Boris" - Credit: © Fox

11 Giugno 2020 | di Paolo Fiorelli


Ci risiamo. A dieci anni dall'ultima puntata su Fox (senza contare i passaggi su Cielo e Raitre), “Boris” torna in circolazione, questa volta su Netflix. Ed è di nuovo un fenomeno di culto. Perché? Proviamo a capirlo con le parole di autori e protagonisti della serie.


La serie debutta il sul canale satellitale Fox. Dapprima gli ascolti sono modesti, ma poi il successo è inarrestabile: seguiranno altre due stagioni fino al e poi un film nel . Protagonista della saga è la troupe che gira la fiction “Gli occhi del cuore”, guidata dal regista René (Francesco Pannofino), ormai rassegnato a girare senza soldi, senza mezzi e a ritmi assurdi, oltre che ad assecondare le bizze di chiunque lo circondi: dalle vanitosissime star Stanis (Pietro Sermonti) e Corinna (Carolina Crescentini) al direttore della fotografia cocainomane Duccio (Ninni Bruschetta) e al minaccioso elettricista Biascica (Paolo Calabresi). Per non parlare delle continue pretese dei capi della tv di cui si fa portavoce il delegato Lopez (Antonio Catania). Gli unici che lo aiutano a tenere in piedi la baracca sono l'assistente Arianna (Caterina Guzzanti) e lo stagista Alessandro (Alessandro Tiberi), tra i quali sembra anche sbocciare un tenero sentimento... E Boris chi è? Il pesciolino rosso che fa da portafortuna al regista René.



Francesco Pannofino è René, il regista


Cosa ricorda del set di “Boris”?


«Ricordo l'episodio pilota, girato in un solo giorno, dalle di mattina a . Eravamo esausti. Ricordo le riunioni per vedere le puntate, tutti a casa di Paolo Calabresi, poverino. E gli studi scalcagnati dalle parti di Ciampino con le pause obbligate quando decollava o atterrava un aereo... Per tre anni quella è stata casa mia. Ogni mattina, come il pane caldo, arrivavano i testi. E io mi ci specchiavo, perché altro che “surreale”, la serie è un documentario: ci sono tutti gli incidenti che avvengono su un set. Solo “concentrati”, perché nella realtà un set è il posto più noioso del mondo».


Come ha avuto la parte?


«Ho fatto un doppio provino: per i personaggi di Duccio, il direttore della fotografia, e di René, il regista. Ma mi sentivo più giusto nei panni di quest'ultimo e per fortuna gli autori la pensavano come me».


È ancora in contatto con gli altri interpreti?


«Certo. Abbiamo anche lavorato insieme su altri set: con Pietro Sermonti ho fatto la serie dedicata a Nero Wolfe, con Alessandro Tiberi il film “Workers”... E anche gli altri sono come una famiglia».


Stupito dal ritorno di fiamma del pubblico?


«Non troppo. L'avevo già sperimentato con mio figlio Andrea. All'epoca mi veniva a trovare sul set ma si annoiava moltissimo, perché aveva nove anni. Oggi è un fan sfegatato di “Boris”. Ecco, è successo a tanti altri».



Pietro Sermonti è Stanis, il divo


Come è nato il personaggio del vanitoso Stanis?


«Mi sono ispirato a tre attori che conosco, due uomini e una donna. Ma non chiedetemi i nomi. Non li direi neanche sotto tortura».


Il segreto di “Boris”?


«Sono tanti. Io vorrei ricordare il clima di amicizia che ci univa sul set. Sono amico d'infanzia degli autori, abbiamo condiviso i primi passi nel mondo dello spettacolo, quando organizzavamo piccoli show dove venivano solo i parenti... Ricordo ancora quando affittavamo i teatri per i nostri primi spettacoli. Oggi uno è diventato un parcheggio, un altro un sushi bar».


Come è entrato nella serie?


«Sono l'unico che non ha fatto un provino perché venivo da “Un medico in famiglia” ed ero già famoso. Per questo proposi di cambiare il ruolo ricoperto da Stanis nella fiction immaginaria al centro di “Boris”. Da prete giocoliere a medico. Ho detto: “Ragazzi, a questo punto ironizziamo anche sul mio successo, no?”».


Il successo di “Boris” l'ha stupita?


«No e sì. No, perché quando ho letto la prima sceneggiatura ho capito che c'era del genio. Sì, perché allora esistevano solo i due colossi Rai e Mediaset, e in confronto “Boris” era una produzione carbonara fatta con mezzi quasi di fortuna. E invece... proprio ieri ho incontrato a una cena un bambino di 10 anni che lo guarda in tv. Mi sono commosso».


Chi sarebbe oggi un ottimo Stanis?


«Donald Trump. Borioso, pieno di sé e con una solennità totalmente fuori luogo».



Alessandro Tiberi è Alessandro, lo stagista


Come descriverebbe il suo personaggio di stagista o, come viene chiamato spesso nella serie, di “schiavo”?


«Alessandro incarna lo sguardo vergine di un ragazzo che scopre per la prima volta questa gabbia di matti. E quindi fa un po' da narratore, soprattutto nelle prime puntate. Il bello è che oggi c'è chi mi ferma per strada e dice entusiasta “Io sono te! Anch'io al lavoro faccio lo schiavo!”. E io penso: poverino... però almeno ho dato un po' di orgoglio anche a chi viene sfruttato».


Ci sono episodi raccontati in “Boris” che ha visto capitare davvero su un set?


«Come no. Il trucchetto con cui Corinna riesce a evitare la parola “gioielliere”, che non sa pronunciare, modestamente l'ho proposto io».


Quando ha capito che “Boris” era un “cult”?


«Quando un professore dell'università di Roma mi ha detto che lo faceva vedere ai suoi allievi. Di solito all'università la tv la snobbano, o fingono di snobbarla».


Contento del successo ritrovato su Netflix?


«Sì, anche perché l'idea che questa piccola serie italiana possa “giocarsela” con i grandi titoli della fiction mondiale mi inorgoglisce. È un po' come Davide contro Golia...».



Carolina Crescentini è Corinna, la diva


Lei ha vinto un Nastro d'argento per il personaggio di Corinna, attrice raccomandata e incapace, definita da René “la cagna maledetta”. Roba da denuncia?


«No, in questo caso non si tratta di discriminazione, ma di un giudizio critico. Brutale ma azzeccato».


Non dev'essere facile, per un'attrice brava, intepretarne una cattiva. Non è mai stata tentata di migliorare un po' la recitazione della povera Corinna?


«Ma guardi che Corinna è una ignorantissima svitata, ma ha tutta una sua logica nel recitare. È convinta di aver fatto solo un errore: puntare a diventare la nuova Ferilli anziché direttamente a Hollywood. Insomma, c'è del metodo nella sua follia».


Dopo la prima stagione il personaggio di Corinna appare solo saltuariamente. Perché?


«Purtroppo in quel periodo avevo molti impegni per altri set. Ma tutte le volte che potevo esserci, sono stata felice di tornare. Come nel film del . E se si dovesse mai fare “Boris 4”, io lo dico subito: ci sto».


Il ricordo più divertente di quell'avventura?


«Quando presentammo “Boris-il film”, ci dissero all'ultimo momento che i tecnici del cinema erano in sciopero e la proiezione annullata. Salimmo sul palco per avvertire il pubblico, ma tutti pensavano a una gag. Siamo rimasti lì quasi un'ora...».



Paolo Calabresi è Biascica, l'elettricista


Il suo Biascica è proprio truce...


«Ma no, alla fine è un orsacchiotto. In un corpo da Yeti. Sotto la scorza burbera ha un lato tenero. Come tante persone che ho incrociato sui set veri».


Ci sono episodi reali che sono finiti nella fiction?


«Un sacco. Le faccio un esempio: a Roma c'era un capotecnico, un certo Ermanno, che vendeva merce sul set, ovviamente ai sottoposti. Preso e messo dentro “Boris”, nella puntata dove Biascica si deve comprare una sacca di lucci “freschissimi”».


Ma è vero che tutta la troupe si riuniva a casa sua per vedere la messa in onda delle puntate, come dice Francesco Pannofino?


«E come no. Portavano solo da bere... “La prossima volta portiamo anche da mangiare!”. Nelle prime due stagioni abbiamo visto insieme 20 puntate su 26. Ma cibo nisba!».


Con Netflix, “Boris” è tornato a macinare ascolti...


«E pensa che non me ne sia accorto? Non faccio che rispondere alle telefonate... E pensare che ricordo ancora benissimo chi mi diceva “È troppo di nicchia, la capiranno solo quattro addetti ai lavori”. Oggi siamo ancora qui a parlarne. Non solo: eravamo quasi tutti sconosciuti, dopo Boris le nostre carriere sono decollate. Per dirla con Biascica, “Semo ancora tutti a rota de Boris!”».



Luca Vendruscolo, autore e regista (insieme a Mattia Torre e Giacomo Ciarrapico)


Vendruscolo, come si spiega l'ennesimo successo di “Boris”, questa volta su Netflix?


«Il passaparola ha colpito ancora, come allora. Infatti “Boris” era sulla piattaforma già da un po', ma per creare la nuova ondata ci sono voluti i “devi assolutamente vederlo!” di gente che nel , ai tempi della prima messa in onda, aveva sei anni...».


Sì, ma dev'esserci un segreto.


«La libertà totale. Per noi tre autori “Boris” fu un'occasione unica, irripetibile. Dopo anni di bassa manovalanza a “dialogare i trattamenti” di altre fiction (in pratica scrivevamo i dialoghi, ma ci bocciavano ogni idea originale) arrivano questi “ragazzini” del satellite e ci danno carta bianca, più che altro perché non avevano mai prodotto nient'altro. Ci siamo detti: ora o mai più, adesso ci sfoghiamo e mettiamo alla berlina tutto quello che non va in tv. Addirittura abbiamo fatto interviste a tecnici e attori per saperne di più. Il mistero, la grande domanda a cui volevamo rispondere era: ma come fanno certe fiction a essere così brutte sotto così tanti aspetti diversi???».


E cosa vi hanno risposto?


«Abbiamo trovato chi ci spiegava che “se sembra un filmino dilettantesco come quelli delle vacanze, scatta l'effetto nostalgia”, o che “se la fotografia è troppo bella, poi la pubblicità sembra brutta”. Oppure mi ha colpito la risposta di un costumista: “tanto l'attore è un cane, perché dovrei fare ricerche storiche per vestirlo in modo accurato?”. Così è nata una sorta di summa su come NON si deve lavorare, ma con l'ambizione vertiginosa di suggerire invece, tra le righe, come sarebbe giusto farlo. Mattia poi (Torre, scomparso nel , Ndr) aveva un radar per il “falsismo”, cioè l'abitudine a raccontare poliziotti o avvocati o politici non come sono davvero, ma come li si immagina. Infatti adesso vorrei fare un “Boris” della politica...».


Mai avuto paura di essere troppo specifici?


«Sì, addirittura ci eravamo detti: “spariamo tutte le idee nella prima stagione, tanto non ce ne sarà una seconda”. Ma poi mi sono reso conto di uno strano fenomeno: se vuoi dire delle verità, devi entrare nei dettagli e raccontare i particolari. “Boris” parla di un set televisivo ma, nel farlo, parla di ogni luogo di lavoro. Perché se sei specifico sei universale. Se sei generico non sei niente».



Giacomo Ciarrapico è autore e regista


Come nacque “Boris”?


«Lorenzo Mieli della Fox ci chiamò e disse: raccontiamo come si gira una fiction? E noi rispondemmo: sì, ma a modo nostro. Spietato».


Perché questo titolo?


«Avrebbe dovuto chiamarsi “Sampras”, in omaggio al campione sportivo. Ma, incredibile ma vero, ci hanno detto che non si poteva, perché la Rai aveva i diritti del tennis. Allora l'abbiamo chiamata “Boris” per alludere a Boris Becker».


Una particolarità di “Boris” è che sul set c'era una troupe vera e una finta...


«Per distinguerle meglio li facevamo vestire in modo diverso: i costumi erano credibili ma “caricati”. E a volte i ruoli si confondevano. L'ultimo giorno di lavorazione ci siamo ritrovati a girare i minuti mancanti di una decina di puntate, un'enormità, per “coprire i buchi”. Proprio come avrebbe fatto René».


Subito un successo?


«No. La seconda serie fu fatta solo per ragioni di prestigio. Gli ascolti erano bassi, ma ogni tanto un grande nome ci riempiva di complimenti. Poi è arrivato anche il pubblico. Il che prova che certi progetti hanno bisogno di tempo per affermarsi».


Quando ha capito che Boris era un “cult”?


«Alla presentazione della terza serie, al teatro Palladium di Roma, si è scatenato il delirio: cori, striscioni, polizia...»

“Boris” has changed our lives, the protagonists speak

The series, ten years after the finale, today is again a phenomenon thanks to Netflix. The protagonists tell Sorrisi all its secrets


Photo: Alessandro Tiberi, Caterina Guzzanti, Francesco Pannofino, Pietro Sermonti and Paolo Calabresi in "Boris" - Credit: © Fox

June 11, 2020 | by Paolo Fiorelli


Here we go again. Ten years after the last episode on Fox (not to mention the passages on Cielo and Raitre), “Boris” comes back into circulation, this time on Netflix. And it's again a cult phenomenon. Why? Let's try to understand it with the words of the authors and protagonists of the series.


The series debuts on on the satellite channel Fox. At first the ratings are modest, but then the success is unstoppable: two more seasons will follow until and then a movie in . The protagonist of the series is the crew that shoots the drama “Gli occhi del cuore” (The eyes of the heart), led by the director René (Francesco Pannofino), now resigned to shoot without money, without means and with absurd times, as well as indulging the whims of anyone around him: from the very vain stars Stanis (Pietro Sermonti) and Corinna (Carolina Crescentini) to the cocaine addict director of photography Duccio (Ninni Bruschetta) and until the threatening electrician Biascica (Paolo Calabresi). Not to mention the constant demands of the TV bosses of which the delegate Lopez (Antonio Catania) is the spokesperson. The only ones who help him to go on are the assistant Arianna (Caterina Guzzanti) and the intern Alessandro (Alessandro Tiberi), among which a tender feeling also seems to blossom... And Boris who is? The goldfish that is the good luck charm of the director René.



Francesco Pannofino plays René, the director


What do you remember about the set of “Boris”?


«I remember the pilot episode, shot in just one day, from to . We were exhausted. I remember the meetings to see the episodes, all at the home of Paolo Calabresi, poor man. And the shabby studios in Ciampino with the mandatory breaks when a plane took off or landed... For three years that one has been my home. Every morning, like hot bread, I received the texts. And I was mirrored in it, because it's not only “surreal”, the series is a documentary: there are all the accidents that happen on a set. Only “condensed”, because in reality a set is the most boring place in the world».


How did you get the role?


«I did a double audition: for the characters of Duccio, the director of photography, and René, the director. But I felt more suitable in the role of the latter and luckily the authors thought like me».


Are you still in contact with the other actors?


«Sure. We also worked together on other sets: with Pietro Sermonti I did the series dedicated to Nero Wolfe, with Alessandro Tiberi the movie “Workers”... And even the others are like a family».


Are you amazed by the audience's back in love?


«Not too much. I had already experienced it with my son Andrea. At the time he used to visit me on the set but he was very bored, because he was nine years old. Today he's a huge fan of “Boris”. Here, it has happened to many others».



Pietro Sermonti plays Stanis, the star


How was the character of the vain Stanis born?


«It was inspired by three actors I know, two men and a woman. But don't ask me for names. I wouldn't even say them under torture».


What is the secret of “Boris”?


«They're many. I would like to remember the atmosphere of friendship that united us on the set. I'm childhood friend of the authors, we've shared the first steps in the world of entertainment, when we organized small shows where only relatives came... I still remember when we rented theaters for our first shows. Today one has become a parking lot, another a sushi bar».


How did you get into the series?


«I'm the only one who didn't the audition because I starred in “Un medico in famiglia” (A Doctor in the Family - Original format: Médico de familia) and I was already famous. That's why I proposed changing the role played by Stanis in the fictional drama at the center of “Boris”. From priest juggler to doctor. I've said: “Guys, at this point let's also make fun of my success, right?”».


Did the success of “Boris” surprise you?


«No and yes. No, because when I read the first script I understood that there was something brilliant. Yes, because then only the two giants Rai and Mediaset existed, and in comparison “Boris” was a rough production made with almost makeshift means. And instead... just yesterday I met at a dinner a 10-year-old boy who watches it on TV. I was moved».


Who would be a great Stanis today?


«Donald Trump. Arrogant, full of himself and with a solemnity totally out of place».



Alessandro Tiberi plays Alessandro, the intern


How would you describe your character of intern or, as it's often called in the series, of “slave”?


«Alessandro embodies the virgin gaze of a boy who discovers this madhouse for the first time. And therefore he acts a bit as a narrator, especially in the first episodes. The beautiful thing is that today there are those who stop me on the street and say enthusiastically “I'm as you! I'm a slave at work too!”. And I think: poor man... but at least I have also given some pride to those who are exploited».


Are there any episodes told in “Boris” that you have actually seen happen on a set?


«Of course. The trick with which Corinna manages to avoid the word “gioielliere” (jeweler), who cannot say, modestly I've proposed it».


When did you understand that “Boris” was a“cult”?


«When a Rome university's professor told me he was showing it to his students. Usually at the university the TV is snubbed, or pretend to snub it».


Are you happy with the success got again on Netflix?


«Yes, even because the idea that this small Italian series can “compete” with the great titles of world series makes me proud. It's a bit like David versus Goliath...».



Carolina Crescentini plays Corinna, the star


You've won a Nastro d'argento (Silver Ribbon award) for the character of Corinna, recommended and incapable actress, defined by René “the damned bitch”. Complaint stuff?


«No, in this case it's not a question of discrimination, but of a critical judgment. Brutal but exact».


It isn't easy for a good actress to play a bad one. Were you ever tempted to improve poor Corinna's acting a little?


«But note that Corinna is a very ignorant eccentric, but she has her own logic in acting. She is convinced that she only made a mistake: to aim to become the new Ferilli instead of directly to Hollywood. In short, there is some method in hers madness».


After the first season Corinna's character appears only occasionally. Why?


«Unfortunately at that time I had a lot of commitments for other sets. But whenever I could be there, I was happy to come back. As in the movie of . And if it were realized “Boris 4”, I say it right away: I'm in».


The funniest memory of that adventure?


«When we presented “Boris-The movie”, at the last moment told us that the cinema's technicians were on strike and the projection canceled. We went up on stage to warn the audience, but everyone was thinking of a gag. We stayed there for almost an hour...».



Paolo Calabresi plays Biascica, the electrician


Your Biascica is really threatening...


«But no, in the end he's a teddy bear. In a body of Yeti. Under the gruff skin he has a tender side. As many people I've met on real sets».


There are real episodes that ended up in the series?


«A lot. I'll give you an example: in Rome there was a foreman, Ermanno, who sold goods on set, obviously to subordinates. Inserted in “Boris”, in the episode where Biascica has to buy a bag of “very fresh” pikes».


But is it true that the whole crew used to gather at your home to watch the airing of the episodes, as Francesco Pannofino says?


«Sure. They only brought drinks... “Next time we also bring food!”. In the first two seasons we have watched together 20 out of 26 episodes. But no food!».


With Netflix, “Boris” started again to make ratings...


«And do you think I haven't noticed it? All I do is answering the phone calls... And I still remember very well who told me “it's too of niche, only four insiders will understand it”. Today we're still here talking about it. Not only: we were almost all strangers, after Boris our careers took off. To say it as Biascica, “We still have an addiction to Boris!”».



Luca Vendruscolo, author and director (with Mattia Torre and Giacomo Ciarrapico)


Vendruscolo, how do you explain the umpteenth success of “Boris”, this time on Netflix?


«Word of mouth has struck again, as it was then. Indeed “Boris” was already on the platform for a while, but to create the new wave it took the recommendations like “you absolutely have to watch it!” of people that in , at the time of the first airing, were six years old...».


Yes, but there must be a secret.


«Total freedom. For us three authors “Boris” was a unique opportunity, unrepeatable. After years of low labor for “writing dialogues” of other dramas (in practice we wrote the dialogues, but every original idea written by us was rejected) arrived these “kids” of satellite and give us carte blanche, mostly because they had never produced anything else. We said each other: now or never, now we let off steam and mock everything that is wrong on TV. We even did interviews with technicians and actors to find out more. The mystery, the big question we wanted to answer was: but how can some dramas be so bad in so many different features???».


And what did they answer you?


«We found who explained to us that “if it looks like an amateur movie like the ones of the holidays, the nostalgia effect is triggered”, or that “if the photograph is too good, then the advertisement looks bad”. Or I was struck by the answer of a costume designer: “since the actor is a dog, why should I do historical researches to dress him accurately?”. Thus was born a sort of summa about how NOT to work, but with the dizzying ambition to suggest instead, between the lines, how it would be right to do it. Mattia then (Torre, dead in , ed) had a radar for the “falseness”, that is, the habit of telling cops or lawyers or politicians not as they really are, but as people imagine them. In fact now I would like to do a “Boris” about the politics...».


Ever been afraid of being too specific?


«Yes, we even said to ourselves: “let's write all the ideas in the first season, because there won't be a second one”. But then I realized a strange phenomenon: if you want to tell some truths, you have to go into the details and tell the peculiarities. “Boris” talks about a TV set but, in doing so, it talks about every workplace. Because if you are specific you are universal. If you're generic you're nothing».



Giacomo Ciarrapico is author and director


How “Boris” was born?


«Lorenzo Mieli of Fox called us and said: let's tell how to shoot a drama? And we replied: yes, but in our own way. Ruthless».


Why this title?


«It was supposed to be named “Sampras”, in homage to the sport champion. But, incredible but true, they've told us it couldn't, because Rai had the television rights of tennis. So we've called it “Boris” alluding to Boris Becker».


A peculiarity of “Boris” is that on the set there was a real and a fake crew...


«To distinguish them better we made them dress differently: the costumes were credible but “caricatural”. And sometimes the roles got confused. The last day of work we had to shoot the missing minutes of a dozen episodes, an enormous amount, to “cover the holes”. Just like René would have done».


Was immediately a success?


«No. The second series was made only for prestige reasons. The ratings were low, but sometimes a famous person filled us with compliments. Then the audience also arrived. This proves that certain projects need time to succeed».


When did you realize that Boris was a “cult”?


«During the presentation of the third season, at Palladium theater in Rome, the delirium was unleashed: choirs, banners, Police...»

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