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'Boris' ha cambiato l'Italia, ma da allora l'Italia non è cambiata

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'Boris' ha cambiato l'Italia, ma da allora l'Italia non è cambiata

Rivista su Netflix con le lacrime agli occhi, la serie di culto è uno degli ultimi esempi di Paese pensante che, guardandosi allo specchio, non si metteva a frignare ma aveva ancora il coraggio di sbroccare

Di Giovanni De Stefano



La serie Boris è andata in onda per la prima volta su Fox dal al , passando alla storia per essere stata il più bel prodotto televisivo che abbia mostrato quanto faccia schifo la televisione italiana, meglio ancora della Vita in diretta.


Da una parte Boris aveva interesse a raccontare con comico realismo, in particolare, la società, la cultura e la politica che erano la linfa mortale del sistema televisivo, pubblico e privato, dei primi anni . Dall'altra, fuor di metafora, non avendo niente di meglio da fare, ha raccontato quanto fossero piuttosto nauseabonde anche le altre parti della società, della cultura, della politica italiane, più in generale. Non era mai successo, a memoria di millennial della prima ora, che una forma di spettacolo realistico così poco auto-assolutorio e tanto accusatorio facesse anche ridere e non solo piangere.



Il sospetto che molte delle tesi di Boris siano ancora validissime oggi rende più ghiotta la notizia che, dallo scorso , la serie sia di nuovo disponibile integralmente e legalmente su Netflix, per la gioia e - ci auguriamo - l'edificazione dei Generazione Z privi del dono della pirateria o, più probabilmente, della necessaria curiosità culturale.


Al centro della vicenda narrata c'è la vita quotidiana sul set di una fiction di livello artistico infimo, Gli occhi del cuore, ambientata in una clinica privata. Boris non è un meta-film che parla di un prodotto impossibile che non si realizza mai, come L'uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam, ma mette in scena un prodotto possibilissimo che si realizza ogni giorno: una ciofeca.


Grazie ai magistrali copioni firmati da Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, quasi tutti i personaggi principali di Boris sono diventati, col tempo, antonomasie dei peccati originali su cui sono posati i pilastri della classe dirigente italiana contemporanea. Un ricco bestiario che va da Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti), l'attore incapace a vivere e recitare, narcisista e miracolato di regime; a Corinna Negri (Carolina Crescentini), la “cagna maledetta” che ha il ruolo assicurato grazie alla sua relazione col Dottor Cane, il capo della rete che distribuisce la fiction. Fino ad alcune strepitose figure secondarie, come il venerato Maestro (Roberto Herlitzka) che, dovendo pagare il mutuo, lascia Macbeth a teatro per interpretare Nonno Alberto in tv (“Mi molli un po' Serpentieri, altrimenti me li fa risultare due cani questi due”); o gli sceneggiatori della fiction, rappresentati come tre Parche mascoline che, schiacciando pulsanti da remoto, operano scelte valide per tutti, tranne che per loro, mentre sono felicemente distaccati dalla realtà.



L'undicesima puntata della prima stagione si intitola Exit strategy. È particolarmente significativo vederla (o rivederla, come si dice, anche alla prima volta, dei classici di ogni genere) mentre, per forza di cose, siamo costretti nell'infausta confortevolezza della nostra clausura digitale. Più di molti altri episodi, Exit strategy sembra parlare dritto al cuore dell'Italia da due mesi in quarantena da Coronavirus e, non sappiamo precisamente da quanti decenni, in isolamento completo dalla sua autocoscienza.


René Ferretti (Francesco Pannofino) è il regista degli Occhi del cuore, cui è giunto rinunciando alle sue velleità di autore. Il suo tormentone: “A cazzo di cane”, nella sua visione della regia televisiva, potrebbe a buon diritto essere pubblicato come integrazione del primo comma del primo articolo della Costituzione.

Quando gira René ha sempre con sé un pesce rosso. I suoi pesci hanno avuto tutti nomi di tennisti, per il modo frenetico ma velleitario con cui fanno avanti e indietro per il piccolo spazio che hanno a disposizione. Per Gli occhi del cuore è di turno Boris, in omaggio a Becker. Boris assiste giorno dopo giorno a tutte le motivazioni che portano immancabilmente al disastro, impassibile e muto. La sua boccia è posta sopra la scatola del monitor, a simboleggiare il punto di vista del regista, che racconta il mondo dal chiuso del suo teatro di posa, mentre il pubblico da casa lo osserva dall'altra parte del vetro (ogni tanto René dà a Boris un colpetto sull'acquario, per accertarsi che si muova ancora).



Ma nella giornata di lavorazione odierna, già resa impegnativa dal fatto che Stanis deve interpretare se stesso e il suo gemello cattivo Erik, René ha deciso di portare a termine, in segreto, un progetto parallelo, di matrice ambientalista e con ben altre ambizioni estetiche. Si intitola La formica rossa ed è il poemetto epico di un piccolo insetto che affronta le tribolazioni della sua esistenza su un tavolo, mentre vi si svolge una pericolosa partita a scopa. Anche se René afferma di girarlo, per giunta in poche ore, solo per ottenere un finanziamento europeo sbloccato da una imprecisata giunta, è evidente che questo corto sia il canto del cigno - a uccello morto - della sua dimensione artistica. Come Gli occhi del cuore è il manifesto poetico del René Ferretti che ha già abbracciato “la merda”, La formica rossa è il testo fondamentale del René a cui la qualità non ha ancora del tutto “rotto il cazzo”.


La formica - dello stesso colore del pesciolino - è l'anti-Boris, mascotte e simbolo del lavoro deteriore. Se Boris è relativamente statico nella sua boccia, la formica è incessantemente mobile. René fa su e giù (come Boris) da un set all'altro, ogni volta raggiante quando può raggiungere la formica-attrice, pronto a studiare nuove tecniche di illuminazione, a selezionare i migliori aiutanti nell'impresa, che sceglie tra gli stagisti più maltrattati, ma in fondo forse riconoscendone, per la prima volta, una sensibilità superiore (e questo è commovente). René sul set degli Occhi del cuore è Boris ma, quando ritorna al suo pet project, sorpreso dal formicolio dell'impegno, dal richiamo sopito della qualità, si trasforma in quel fattivo imenottero rosso.


Da allora sono passati tredici anni e una prima fase di pandemia. Oggi grazie a Netflix una nuova generazione può rivivere la favola del pesce e della formica rossi, e magari scegliere, almeno per il tempo di tre stagioni, di essere la seconda.


Se è vero, come diceva un grande scrittore, che il genere umano dispone nella risata della sola arma veramente efficace, ora disponiamo nuovamente di Boris. Ridere dei propri difetti non è di certo un metodo infallibile per curarli, ma è un ottimo trucco per non ignorarli. Boris, meglio di tanti altri prodotti culturali, ci ha insegnato che, mentre nei sentimenti vince chi fugge, quando si ha che fare con la realtà, non darsela a gambe può essere un'ottima forma - appunto - di strategia d'uscita.



Delle cose che non andavano ai tempi di Boris, almeno nel nostro Paese, quasi tutto è rimasto al suo posto. Molte cose sono perfino peggiorate. In termini di dilettantismo al potere, soprusi di raccomandati, lotte intestine per la visibilità tra lavoratori volontari, questi primi anni Venti non hanno nulla da invidiare al meglio del clou degli anni Zero. Sembra che non abbiamo ancora appreso la lezione che, suo malgrado, ci ha fatto René.


Ma, per fortuna, repetita iuvant. Anche grazie a Netflix Boris resterà a lungo un antidoto potentissimo ad alcuni veleni da cui non sembriamo ancora immunizzati. Una guida all'Italia non for dummies, ma per chi voglia sciogliere quella specie di voto di castità intellettuale che sembriamo aver fatto a santi che non lo erano.

Quante volte abbiamo giustificato le nostre mancanze, sul lavoro o nella vita, perché schiacciati dai difetti a catena di tutti gli altri, come charms Pandora tematizzati sui vizi congeniti del Paese, appesi l'uno accanto all'altro? Chi non ha odiato e maledetto i microprivilegi di cui godevano gli altri (fossero anche soltanto un buon posto in ordine di successione al distributore di merendine) solo fino a che non è arrivato il suo turno di goderne, per poi fare di tutto per mantenere la posizione guadagnata?


Rivisto su Netflix con le lacrime agli occhi - e non solo per aver ritrovato i beniamini di un tempo, ma anche i capi, i colleghi, i mariti, gli amanti e i ministri del senno di poi - Boris è una bomba a orologeria per la nostra accettazione passiva della mediocrità. Non inneggiamo alla qualità, forse sarebbe prematuro, oggi che non esiste più la satira in televisione, oggi che i ruoli comici sono ancora più saldamente in mano ai politici. Ma almeno bisbigliamo al cielo, improvvisamente più blu, di non volerci rassegnare al peggio. Del resto, il più grande merito di Boris è quello di essere stato uno degli ultimi esempi che abbiamo conosciuto, in ordine cronologico, di un'Italia pensante che, guardandosi allo specchio, non si metteva a frignare ma aveva ancora il coraggio di sbroccare.

'Boris' has changed Italy, but Italy hasn't changed since then

Rewatched on Netflix with tears in the eyes, the cult series is one of the latest examples of a thinking Italy that, looking itself in the mirror, didn't start whining but still had the courage to flip out

By Giovanni De Stefano



The series Boris first aired on Fox from to , going down in history for being the most beautiful television PRODUCT who has showed how disgusting Italian television is, even better than Vita in diretta (Live life).


On one side Boris had an interest in telling with comic realism, in particular, the society, the culture and politics that were the deadly lifeblood of the television system, public and private, of the early . On the other side, out of metaphor, having nothing better to do, it has told how rather nauseating were the other parts of Italian society, culture, politics, more generally. It had never happened, in the memory of millennials of the first hour, that a form of realistic entertainment so little self-absolving and so accusatory also made us laugh and not just cry.



I suspect that many of the theses of Boris are still very valid today make more hungry the news that, since last , the series is again entirely and legally available on Netflix, for the joy and - we hope - the edification of Generation Z devoid of the gift of piracy or, more likely, the necessary cultural curiosity.


At the center of the told story is the daily life on the set of the lowest artistic level drama, Gli occhi del cuore (The eyes of the heart), set in a private clinic. Boris is not a meta-movie about an impossible PRODUCT that is never realized, as L'uomo che uccise Don Chisciotte (The Man Who Killed Don Quixote) by Terry Gilliam, but it stages a very possible PRODUCT that is realized every day: a grotty.


Thanks to the masterful scripts written by Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico and Luca Vendruscolo, almost all the main characters of Boris have become, over time, antonomasies of the original sins on which the pillars of the contemporary Italian ruling class rest. A rich bestiary that goes from Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti), the actor unable to live and act, narcissistic and miraculous of regime; to Corinna Negri (Carolina Crescentini), the “damned bitch” who has the role guaranteed thanks to hers relationship with President Cane, the head of the network that distributes the drama. Up to some sensational secondary figures, such as the esteemed Master (Roberto Herlitzka) who, having to pay the mortgage, leaves Macbeth to the theater to interpret Grandpa Alberto on TV (“Serpentieri leave it a little, otherwise it makes these two to seem dogs”); or the screenwriters of the drama, represented as three male Fates who, by pressing buttons remotely, make choices that are valid for everyone but themselves, while happily detached from the reality.



The eleventh episode of the first season is entitled Exit strategy. It's particularly significant to watch it (or watch it again, as it says, even for the first time, of classics of all kinds) while, inevitably, we're forced into the unhappy comfort of our digital enclosure. More than many other episodes, Exit strategy seems to speak straight to the heart of Italy for two months in quarantine due to Coronavirus and, we don't know exactly from how many decades, in complete isolation from its self-awareness.


René Ferretti (Francesco Pannofino) is the director of Occhi del cuore (The eyes of the heart), which he reached by renouncing his author ambitions. His catchphrase: “To fucking dog”, in his vision of television direction, could rightly be published as an addition to the first paragraph of the first article of the Constitution.

While shooting René always has a goldfish with him. His goldfishes have all been named after tennis players, due to the frenetic but unrealistic way they go back and forth for the small space they have available. For Gli occhi del cuore (The eyes of the heart) is the turn of Boris, in homage to Becker. Boris witnesses day after day all the reasons that inevitably lead to disaster, impassive and mute. Its bowl is placed on top of the monitor box, to symbolize the point of view of the director, who tells the world from the inside of his studio, while the home audience watches him from the other side of the glass (sometimes René gives Boris a little blow on the aquarium, to make sure it still moves).



But in today's working day, already made challenging by the fact that Stanis has to play himself and his evil twin Erik, René has decided to carry out, in secret, a side project, of an environmentalist nature and with very different aesthetic ambitions. It's titled La formica rossa (The red ant) and it's the little epic poem of a small insect facing the tribulations of its existence on a table, while a dangerous game of broom is taking place there. Even if René claims to shoot it, moreover in a few hours, only to obtain a European funding released by an unspecified council, is evident that this short film is the swan song - while bird is dead - of his artistic dimension. As Gli occhi del cuore (The eyes of the heart) is the poetic manifesto of René Ferretti who has already embraced “the shit”, La formica rossa (The red ant) is the fundamental text of René to which the quality has not completely “broken the fuck” yet.


The ant - of the same color as the goldfish - is the anti-Boris, mascot and symbol of the shoddy work. If Boris is relatively static in its bowl, the ant is incessantly mobile. René goes up and down (as Boris) from a set to another one, each time radiant when he can reach the ant-actress, ready to study new lighting techniques, to select the best helpers in the work, which he chooses from among the most abused interns, but in the end perhaps recognizing, for the first time, a superior sensitivity (and this is moving). René on the set of Occhi del cuore (The eyes of the heart) is Boris but, when he returns to his pet project, surprised by the tingling of commitment, by the soothed call of quality, he turns into that effective red hymenoptera.


Thirteen years and a first phase of a pandemic have passed since then. Today, thanks to Netflix, a new generation can relive the tale of the red fish and ant, and maybe choose, at least for three seasons, to be the second one.


If it's true, as a great writer said, that mankind has the only truly effective weapon in laughter, now we have again Boris. Laughing at your flaws is certainly not a foolproof method to cure them, but it's a great trick to not ignore them. Boris, better than many other cultural products, has taught us that, while in feelings the one who flies wins, when dealing with reality, not running away can be an excellent form - in fact - of exit strategy.



Some things that were wrong in the times of Boris, at least in Italy, almost everything has remained in its place. Many things have even gotten worse. In terms of amateurism in power, abuses of recommended, infightings for visibility among voluntary workers, these early twenties have nothing to envy to the best of the highlight of the zero years. It seems that we've not yet learned the lesson that, in spite of himself, René gave us.


But, luckily, repetita iuvant. Also thanks to Netflix Boris will remain for a long time a very powerful antidote to some poisons from which we don't seem yet immunized. A guide to Italy not for dummies, but for those who want to dissolve that kind of vow of intellectual chastity that we seem to have made to saints who were not.

How many times have we justified our shortages, at work or in life, because we're crushed by the chain defects of all the others, as Pandora charms themed on the congenital vices of the country, hanging next to each other? Who has not hated and cursed the microprivileges enjoyed by others (even if they were only a good place in succession at the snack dispenser) only until it was his turn to enjoy them, and then do everything to keep the position earned?


Rewatched on Netflix with tears in my eyes - and not just for having watched again old favorites, but also the bosses, colleagues, husbands, lovers and ministers of hindsight - Boris is a time bomb for our passive acceptance of mediocrity. We don't praise the quality, perhaps it would be premature, today that satire on television no longer exists, today that comic roles are even more firmly in the hands of politicians. But at least we whisper to the sky, suddenly bluer, that we don't want to resign ourselves to the worst. After all, the greatest merit of Boris is that of having been one of the last examples we've known, in chronological order, of a thinking Italy which, looking in the mirror, didn't start whining but still had the courage to flip out.

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