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Why Boris is the successful anomaly of the (very) Italian television panorama

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Serie TV

Perché Boris è l'anomalia di successo del panorama televisivo (molto) italiano

di Emanuele Zambon | aggiornato



Satira pungente da insider del mondo dello spettacolo: i segreti del successo della serie con Francesco Pannofino, Carolina Crescentini e Pietro Sermonti.



Produttori spilorci, stagisti schiavi, attrici (cagne) raccomandate, attori - cani pure loro - che si credono divi dell'età d'oro di Hollywood, registi buoni forse per qualche spot. Potremmo elencarne a non finire di personaggi orribili ma il fatto è che, se si guarda da vicino Boris, è facile scorgere un microcosmo di addetti ai lavori sui generis del mondo dello spettacolo che altro non è che uno specchio deformato (e deformante) della realtà socio-politica italiana degli anni Duemila dominata da compromessi, favoritismi e da una classe dirigente da età della pietra.


La fuoriserie italiana prodotta nel da Wilder per Fox International Channels Italy - e ora ripristinata nel catalogo Netflix - rappresenta un singolare caso di meta-serialità nel panorama televisivo nostrano per la sua capacità di demolire dall'interno il sistema, ossia l'intrattenimento da piccolo schermo, attraverso una satira ferocissima sul livello delle fiction (molto) italiane, sulla mentalità di certi producer e reti, sui rapporti clientelari che intercorrono tra spettacolo, business e politica, arrivando a dipingere un quadro televisivo di conservatorismo spacciato per locura mentre lontano dal set la società muore un poco alla volta, sepolta dal peso della corruzione, dell'ignoranza e bombardata da fiction a là Occhi del Cuore.



A cosa si deve il successo di Boris?


Ma perché, a distanza di anni dalla prima messa in onda, Boris è così viva nel cuore degli spettatori tanto da parlarne in termini di serie di culto? La risposta, lapalissiana, risiede nella capacità degli sceneggiatori Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo di aver dotato una voce critica da insider dello spettacolo di una "linea, oltre che comica, satirica", per dirla con una terminologia cara agli aficionados della serie TV. Il coraggio unito all'intuizione, quella di sputtanare i mali dell'industria dell'intrattenimento dal di dentro, elaborando una radiografia con tanto di diagnosi di un mondo che viaggia "un tanto al chilo", che smarmella, che porta a casa la giornata nella più totale improvvisazione. Un mondo dove la qualità non paga (anzi, "rompe er ca#!o"), con sceneggiatori profumatamente stipendiati che scopiazzano qua e là e se pure non scopiazzano, si rifugiano negli F4.


È un girone dantesco, quello di Boris, che si adatta perfettamente ad ogni ambito professionale, ad ogni livello sociale: giovani volenterosi schiavizzati e sotto-pagati, inetti avvinghiati alla propria poltrona, viscidi, ipocriti, protetti, disturbati, folli. A pensarci bene, il mondo del lavoro sa essere anche peggio di così e gli autori di Boris hanno arrotondato per difetto nel fotografare con spirito irriverente l'Italia del berlusconismo (in cui tutti ne escono con le ossa rotte, pure gli oppositori del Cavaliere).



Con Boris, insomma, si ride delle brutture e dei mali che affliggono il nostro Paese un po' come si faceva negli anni con Fantozzi. In maniera grottesca, quindi, scuotendo la testa per il disappunto di chi sa che le cose stanno effettivamente così, che la realtà supera la fantasia del piccolo schermo. Del resto, la serie che vede protagonista Francesco Pannofino nei panni del mediocre regista TV René Ferretti è forse l'unica vera erede della commedia all'italiana di un tempo, con quei suoi personaggi "mostri" di risiana memoria, quel linguaggio stracult (da "a cazzo di cane" a "basito") e quel suo indagare il costume, anche se a livello superficiale, vomitando personaggi calati in situazioni paradossali, in vicende surreali, proprio come gli impiegati e i megadirettori immaginati da Villaggio. Dal capo elettricista dai modi da primitivo (il Biascica di Paolo Calabresi) all'ambiguo delegato di rete Lopez (Antonio Catania), passando per direttori della fotografia cocainomani (il Duccio di Ninni Bruschetta) e segretarie di edizioni sciroccate (la Itala di Roberta Fiorentini): tanti i volti da ridere di una serie che presenta un cast da bravo bravissimo chiamato al non certo facile compito di portare in scena la mediocrità. Perché il successo di Boris fa leva sì su una scrittura intelligente, snella e pungente (che guarda al modello statunitense di 30 Rock) ma è completato da performer entrati a far parte dell'immaginario collettivo come Pietro Sermonti, che col suo Stanis La Rochelle (formatosi alla scuola di Marcel Marceau) demolisce lo star system italiano, e Carolina Crescentini, cagna maledetta superlativa (a lei il compito più difficile: recitare come se fosse priva di talento), senza contare Caterina Guzzanti e Alessandro Tiberi, un pizzico di normalità e professionalità in mezzo al pressappochismo delle produzioni di Occhi del cuore e Medical Dimension.


Quella di Boris è un'anomalia irripetibile della TV italiana, a cui si rimane affezionati non solo per i tormentoni folk ("Bucio de c#*o", Martellone dixit) ma per il suo aderire perfettamente al tessuto della società nostrana, adattandosi ad ogni contesto in maniera verosimile. Ci si rivede nel tragicomico che viene raccontato e che di finzione conserva ben poco. E alla fine, dopo tre stagioni, si è consapevoli che un altro modo di vedere le cose (leggi Medical Dimension), più onesto e meritocratico, soprattutto scevro da compromessi, è pura utopia in Italia. E allora W la merda!

TV Series

Why Boris is the successful anomaly of the (very) Italian television panorama

by Emanuele Zambon | updated on



Biting satire by showbiz insider: the secrets of the success of the series with Francesco Pannofino, Carolina Crescentini and Pietro Sermonti.



Tight producers, slave interns, recommended (bitch) actresses, actors - dogs too - who believe themselves to be stars of the golden age of Hollywood, directors good perhaps for some commercials. We could list infinitely of horrible characters but the fact is that, if you look closely Boris, is easy to see a microcosm of sui generis insiders from the entertainment world that is nothing more than a deformed mirror (and deforming) of the Italian socio-political reality of the 2000s dominated by compromises, favoritism and an old executive class.


The Italian off series produced in by Wilder for Fox International Channels Italy - and now restored to the catalog Netflix - represents a singular case of meta-seriality in the Italian television panorama for its ability to demolish from within the system, that is television's entertainment, through a ferocious satire on the level of (very) Italian dramas, about the mentality of some producers and networks, about the patronage relationships that exist between entertainment, business and politics, coming to paint a television picture of conservatism passed off as locura while away from the set the society dies a little at a time, buried under the weight of corruption, of ignorance and bombed by dramas as Occhi del Cuore (The eyes of the heart).



What's Boris' success due to?


But why, years after the first airing, is Boris so alive in the hearts of viewers so much to talk about it in terms of cult series? The answer, obvious, is in the ability of the screenwriters Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre and Luca Vendruscolo to have provided a critical voice as insider of the showbiz with a "line, as well as comic, satirical", to tell it with a terminology dear to TV series aficionados. The courage combined with intuition, the one of exposing the ills of the entertainment industry from within, elaborating an X-ray complete with diagnosis of a world that goes on "approximately", which opens all the light, which brings home the day in the most total improvisation. A world where the quality doesn't pay (indeed, "fu#!s"), with paid a lot screenwriters who copy here and there and if they don't copy, they use F4 key.


It's a Dante's circle, the one of Boris, which adapts perfectly to every professional environment, at every social level: willing young people enslaved and underpaid, inept ones clinging to their chairs, slimy, hypocritical, protected, disturbed, insane. Thinking well about it, the world of work can be even worse than this and Boris's authors have rounded down in photographing Italy of Berlusconi's age with an irreverent spirit (where everyone comes out with broken bones, even the opponents of Berlusconi).



With Boris, in short, you laugh at the uglinesses and evils that afflict Italy a bit as it happened over the with Fantozzi. In a grotesque way, therefore, shaking his head in the disappointment of those who know that this is actually so, that the reality exceeds the fantasy of the television. After all, the series starring Francesco Pannofino in the role of the mediocre TV director René Ferretti is perhaps the only true heir to the Italian comedy of the past, with those of its characters "prodigies" of Risi' memory, that stracult language (from "to fucking dog" to "astonished") and that its investigating customs, even if on a superficial level, showing characters involved into paradoxical situations, in surreal events, just like the employees and megadirectors imagined by Villaggio. From the chief electrician with primitive ways of doing (Biascica played by Paolo Calabresi) to the ambiguous network's delegate Lopez (Antonio Catania), passing through directors of photography cocaine addicts (Duccio played by Ninni Bruschetta) and loony edition secretaries (Itala played by Roberta Fiorentini): many comic faces in a series that has a very good cast called to the certainly not easy task of bringing the mediocrity to the stage. Because Boris' success relies one one hand on intelligent writing, slender and pungent (looking at the US model of 30 Rock) but it's completed by performers who have become part of the collective imagination as Pietro Sermonti, that with his Stanis La Rochelle (trained at the school of Marcel Marceau) demolishes the Italian star system, and Carolina Crescentini, wonderful damned bitch (she has the most difficult task: to play as if she was without talent), without mentioning Caterina Guzzanti and Alessandro Tiberi, a pinch of normality and professionalism in the midst of the carelessness of the productions of Occhi del cuore (The eyes of the heart) and Medical Dimension.


The one of Boris is an unrepeatable anomaly of the Italian TV, to which you remain fond not only for the folk catchphrases ("Fu#*ing lucky", Martellone dixit) but for its perfect adherence to the structure of Italian society, adapting itself to any context in a likely way. We see ourselves in the tragicomic that is told and which has very little of fiction. And finally, after three seasons, one is aware of another way of watching the things (as Medical Dimension), more honest and meritocratic, above all without compromises, is pure utopia in Italy. And then Hurrah for the shit!

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