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News 2020

Life as screenwriters: writing one loophole at a time

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Vita da sceneggiatori: scrivere una scappatoia alla volta



Nelle ultime settimane ci siamo un sacco divertiti con un esercizio inusuale: analizzare con serietà alcuni dei personaggi principali di Boris. A prima vista potrebbe sembrare un'impresa quasi anacronistica, considerando il carattere fortemente sarcastico e metaforico della serie. Probabilmente il caro Mattia Torre ci avrebbe riso su dicendo che chi ama Boris sa quanto intrinseco sia il suo carattere polemico. E quanto importante sia cogliere con l'ironia ricercata proprio da Torre e dai suoi colleghi i messaggi lanciati da questa straordinaria opera.


Eppure oggi vogliamo onorare proprio lui, l'indimenticato Mattia Torre, e i suoi colleghi Vendruscolo e Ciarrapico. Autori della perla della tv nostrana: Boris.



E lo vogliamo fare analizzando con la stessa serietà utilizzata per Ferretti, Duccio, Biascica, Stanis, Alessandro e Arianna, un nucleo di tre personaggi secondari ma non meno geniali: i tre sceneggiatori de Gli Occhi del Cuore. Controparti fittizie e contrarie ai tre sceneggiatori di Boris. Che a differenza della fiction raccontata, è tutt'altro che 'monnezza. Proprio loro tre infatti ci tengono a sottolineare come ciò che viene scritto dalle loro controparti sia esattamente questo: m***a, per dirla alla Ferretti.


Ma se già non bastasse questo si può pensare a tutte le volte in cui gli sceneggiatori abbiano rappresentato il meglio e il peggio dell'odierna televisione italiana e della loro stessa posizione. È singolare infatti notare come in Boris i tre sceneggiatori non abbiano nome, ma ci si riferisca a loro sempre e solo come come agli “sceneggiatori”. Quasi in polemica con la tendenza generale a lasciare sempre da parte il ruolo da loro giocato nella creazione di una fiction per dare più spazio ad attori e registi.


Ma se questo dettaglio di Boris spezza una piccola lancia a loro favore di certo non lo fa tutto il resto delle loro azioni. In tal senso invece gli sceneggiatori della serie (quelli veri) sembrano essere in polemica con la loro categoria e con la sua tendenza a svilire il proprio mestiere.



La scrittura, di qualunque natura essa sia, è un'arte sopraffina. Un'arte che si pone la nobile finalità di raccontare una storia. Che sia al fine di puro e semplice intrattenimento, di informazione o descrizione. E per farlo serve uno spirito d'osservazione in grado di carpire dalle più vistose alle più sottili caratteristiche di una realtà. La stessa che, assieme alla fantasia, dà inizio alla magia, laddove per magia s'intende proprio la creazione di quella storia.


E gli sceneggiatori de Gli Occhi del Cuore - nonostante tutto - hanno dimostrato in modo anche sorprendente la loro abilità in tal senso. La capacità di carpire le caratteristiche della realtà italiana, di delinearla con un pugno di concetti e da qui creare una storia fruibile attraverso immagini e parole. Ce ne danno prova alla fine della terza stagione, quando Boris ci regala in poche frasi un vero e proprio trattato socio-politico nelle parole di uno dei tre sceneggiatori:

“ Io parlo della locura, Renè, la locura. La pazzia, che cazzo Renè, la cerveza, la tradizione o merda, come la chiami tu, ma con una bella spruzzata di pazzia, il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillettes. In una parola, Platinette. Perché Platinette, hai capito, ci assolve da tutti i nostri mali, da tutte le nostre malefatte... Sono cattolico, ma sono giovane e vitale perché mi divertono le minchiate del sabato sera. Vero o no?

Ci fa sentire la coscienza a posto Platinette, questa è l'Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c'è la morte. Questo che devi fare tu: “Occhi del cuore” sì, ma con le sue pappardelle, con le sue tirate contro la droga, contro l'aborto ma con una strana, colorata, luccicante frociaggine. Smaliziata e allegra come una cazzo di lambada. La locura Renè, è la cazzo di locura. Se l'acchiappi hai vinto.”

Nelle parole del bravissimo Valerio Aprea ritroviamo la fotografia, “surrealmente” perfetta, di un'Italia che è così tanto nella finzione quanto (purtroppo) nella realtà. E di una televisione che risulta essere altrettanto.



A testimonianza dell'innegabile capacità dei tre di capire perfettamente la differenza tra qualità e porcheria, tra cosa sarebbe giusto raccontare e cosa vuole il popolo. Una caratteristica dei tre che emerge con forza anche maggiore in Boris - il Film, in cui la loro proverbiale cialtroneria emerge con dettagli che descrivono anche meglio la tipologia di “professionisti” sulla quale gli sceneggiatori di Boris basano la loro critica.


Eppure nonostante imprevedibili qualità descrittive, gli sceneggiatori de Gli Occhi del Cuore sembrano dimenticarsi per tre intere stagioni di quella sensibilità necessaria a raccontare una storia con l'onestà intellettuale di cui necessita. E lo fanno con spocchia e consapevolezza, monetizzando ogni briciola del loro lavoro e del loro tempo con cinismo. Come se tutto ciò che esce dalle loro penne dovesse rispondere molto più al dio denaro che al rispetto dell'arte.


Ma l'avarizia, l'attaccamento ai soldi e la totale mancanza di sensibilità artistica, sono solo alcune delle qualità di contorno che delineano i personaggi raccontati nelle loro vesti. Perché è la più volte sottolineata cialtroneria la vera caratteristica che li definisce. E non in modo casuale.



Parte della polemica di Boris sulla deriva della televisione italiana della nostra epoca, punta a far luce proprio sulla mancanza di contenuti validi e la superficialità degli stessi come uno dei problemi principali della tv.


Sappiamo bene che facendo questo Boris punta il dito anche verso un pubblico che cerca e premia esattamente questo genere di contenuti, ma non solo. È un po' come la storia dell'uovo e della gallina, in cui non si sa chi venga prima. In questo caso non si sa se a venire prima sia stato un pubblico troppo pigro per appassionarsi a contenuti di spessore, o una categoria di autori troppo pigri per crearne. Boris non risparmia nessuna delle due categorie. E infatti se prende di mira la prima facendo balzare Gli Occhi del Cuore al primo posto delle fiction più viste in Italia, colpisce la seconda proprio con i tre sceneggiatori cialtroni.


Persone talmente avide e disinteressate a creare per il pubblico qualcosa di “bello” - nel senso più filosofico del termine - da passare intere giornate di nullafacenza. Tra una chitarra che suona e una partita a scacchi. Dinamiche che vanno ben oltre il dubbio legittimo di un possibile blocco dello scrittore. Una patologia che nel caso dei tre sceneggiatori fittizi sembra davvero un insulto alla categoria degli scrittori, se pensiamo a come la loro proverbiale pigrizia si traduca addirittura nell'impostazione del tasto F4 per inserire l'abusatissima parola “basito/a”.



È dunque una parabola fatta di polemica e autocritica verso se stessi e verso tutta la categoria, quella raccontata attraverso gli sceneggiatori de Gli Occhi del Cuore.


Fatta di un intrinseco rimando al rispetto che si dovrebbe avere verso la scrittura in quanto arte. Un appello alla categoria a non svilire un mestiere già troppo spesso soggetto a critiche e battute da parte di chi nella scrittura non ci ha mai visto un lavoro. O magari ne vede uno pagato troppo. Come se la creatività non fosse una dote meritevole di riconoscimenti quanto altre inclinazioni.


E molto più simpaticamente, è un appello a non svilire le storie che vengono raccontate. A non farlo con didascalie che rimandano a dialoghi ed espressioni ripetitive e noiose o con stagioni di troppo che, molto spesso, oltre la terza stagione finiscono per diventare un vero crimine contro lo storytelling.


È insomma un simpatico appello a riscoprire il valore della creazione di una storia, lasciandosi un po' alle spalle questa sceneggiatura democratica che ha dimostrato ampiamente tutti i suoi limiti. Perché insomma, diciamolo: la sceneggiatura democratica ha rotto il c***o. Viva la qualità!

Life as screenwriters: writing one loophole at a time



In the last few weeks we have had a lot of fun with an unusual exercise: to analyze seriously some of the main characters of Boris. At first glance it might seem like an almost anachronistic challenge, considering the strongly sarcastic and metaphorical character of the series. Probably the dear Mattia Torre would have laughed at it saying that who loves Boris knows how intrinsic is his argumentative character. And how important is to grasp with the irony sought after by Torre and his colleagues the messages launched by this extraordinary work.


Yet today we want to honor him, the unforgettable Mattia Torre, and his colleagues Vendruscolo and Ciarrapico. Authors of the Italian pearl: Boris.



And we want to do it by analyzing with the same seriousness used for Ferretti, Duccio, Biascica, Stanis, Alessandro and Arianna, a core of three secondary but no less brilliant characters: the three screenwriters of Gli Occhi del Cuore (The eyes of the heart). Fictitious counterparts and contrary to the three screenwriters of Boris. Which unlike the narrated drama, is anything but rubbish. Just the three of them are keen to emphasize that what their counterparts write is exactly this: s**t, as Ferretti would say it.


But if this were not enough we can think of all the times in which the screenwriters have represented the best and the worst of today's Italian television and of their own position. It's indeed singular to note how in Boris the three screenwriters have no name, but they are always and only referred to as the “screenwriters”. Almost in controversy with the general tendency to always leave aside the role they played in the creation of a drama to give more space to actors and directors.


But if this detail of Boris breaks a small lance in their favor it certainly doesn't do all the rest of their actions. In this sense instead the screenwriters of the series (the real ones) seem to be in controversy with their category and with its tendency to debase their profession..



The writing, of whatever nature is, it's a superfine art. An art that has the noble purpose of telling a story. Whether for the purpose of pure and simple entertainment, information or description. And to do so you need a spirit of observation capable of understanding from the most flashy to the most subtle characteristics of a reality. The same that, together with the imagination, starts the magic, where magic is just the creation of that story.


And the screenwriters of Gli Occhi del Cuore (The eyes of the heart) - despite everything - have also surprisingly demonstrated their ability to do so. The ability to grasp the characteristics of the Italian reality, to describe it with a couple of concepts and from here to create a story usable through images and words. They give us proof at the end of the third season, when Boris in a few sentences gives us a real socio-political essay in the words of one of the three screenwriters:

“I speak about madness, René, the madness. The craziness, what the fuck René, the cerveza, the tradition or shit, as you call it, but with a nice splash of madness,tThe worst conservatism that however is tinged with sympathy, with color, with sequins. In a word, Platinette! Because Platinette, you understand, absolves us from all our ills, from all our misdeeds ... I'm Catholic, but I am young and vital because I enjoy the bullshits of Saturday night. Is it true or not?

Platinette makes us feel good conscience, this is Italy of the future: a country of jingles, while outside there's the death. This is what you have to do: “The eyes of the heart” yes, but with its rigmaroles, with its tirades against drugs, against abortion but with a strange, colorful, glittering fagginess. Shrewd and cheerful as a fucking lambada. The locura Renè, it's the fucking locura. If you catch it you've won.”

In the words of the very good Valerio Aprea we find the photograph, “surreally” perfect, of an Italy that is as much in fiction as (unfortunately) in reality. And of a television that is the same.



As evidence of the undeniable ability of the three to perfectly understand the difference between quality and filth, between what it would be right to tell and what the people want. A trait of the three that emerges with even greater force in Boris - The movie, in which their famous scoundrelly deed emerges with details that describe even better the typology of “professionals” on which the screenwriters of Boris base their critique.


Yet despite unpredictable descriptive qualities, the screenwriters of Gli Occhi del Cuore (The eyes of the heart) seem to forget for three whole seasons of that sensitivity necessary to tell a story with the intellectual honesty it needs. And they do it with arrogance and awareness, monetizing every crumb of their work and their time with cynicism. As if everything that comes out of their pens should respond much more to the god of money than to the respect for art.


But the avarice, the attachment to money and the total lack of artistic sensitivity are just some of the surrounding qualities that outline the characters portrayed in their guises. Because it's the underlined several times scoundrelly deed the real feature that defines them. And not randomly.



Part of the controversy of Boris about the drift of Italian television of current time, aims to shed light on the lack of valid contents and its superficiality as one of the main problems of TV.


We know well that doing this Boris also points the finger at an audience that tries and rewards exactly this kind of contents, but not only. It's a bit like the story of the chicken and the egg, in which you don't know who comes first. In this case it's not known who came first whether an audience that was too lazy to be passionate about thick contents, or a category of authors too lazy to create them. Boris criticizes both the two categories. And in fact if it targets the first one by making to jump Gli Occhi del Cuore (The eyes of the heart) to the first place of the most viewed dramas in Italy, it hits the second one with the three scoundrels screenwriters.


People so greedy and disinterested in creating for the public something of “beatiful” - in the most philosophical meaning of the term - to spend whole days of nothingness. Between a playing guitar and a game of chess. Dynamics that go far beyond the legitimate doubt of a possible writer's block. A pathology that in the case of the three fictional screenwriters really seems an insult to the category of the screenwriters, if we think about how their proverbial laziness even translates into setting the function key F4 to insert the overused word “astonished”.



It's therefore a parable made of controversy and self-criticism towards oneself and towards the whole category, the one told through the screenwriters of Gli Occhi del Cuore (The eyes of the heart).


Made of an intrinsic reference to the respect that one should have towards the writing as an art. An appeal to the category not to demean a profession that is already too often subject to criticism and jokes from those who have never considered the writing as a job. Or maybe considers it as one paid too much. As if creativity were not a talent deserving of recognitions as other inclinations.


And much more nicely, it's a request not to demean the stories that are being told. Not to do it with captions that refer to repetitive and boring dialogues and expressions or with too many seasons that, very often, beyond the third season end up becoming a true crime against the storytelling.


It's in short a nice appeal to rediscover the value of creating a story, leaving a bit back this democratic screenplay which has amply demonstrated all its limitations. Because in short, let's say it: the democratic screenplay has fu***d. Hurrah for the quality!

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