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News 2020

René Ferretti: the ambitions that help you sleep

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René Ferretti: le velleità che ti aiutano a dormire



Quando penso a René Ferretti, inimitabile protagonista di Boris, mi torna sempre in mente quando I Cani esaltavano le velleità come quelle che “ti aiutano a campare quando mancano sei giorni all'analista”. Ferretti dall'analista non ci è mai andato - almeno da quel che sappiamo dalla storia - perché il suo strizzacervelli lo segue già di continuo su ogni set. Solo che è piccolo, rosso e silenzioso. Nuota in un'ampolla d'acqua e si chiama Boris. E già l'anno scorso avevamo immaginato in questa lettera un ipotetico discorso del regista al suo pesciolino rosso, nonché migliore amico.


Boris ci ha regalato un gran numero di personaggi straordinari. Duccio è senza dubbio tra i migliori. Ma è René Ferretti il vero cuore della serie.



Il perno sul quale si avvitano i più grandi insegnamenti della fuoriserie italiana. Le radici della sua polemica sociale. Una polemica ramificata di cui potremmo discutere per ore, se solo non avessimo bisogno dello stesso tempo per analizzare un personaggio tanto accuratamente sfaccettato come il regista de Gli Occhi del Cuore.


E farlo in modo coerente e lineare non è cosa facile, poiché è il personaggio stesso a non presentarsi come tale. Ma è anche ciò che fa di lui un autentico capolavoro di realismo in termini di caratterizzazione del personaggio. René Feretti infatti, non nasce per essere un grande regista. Non è il Roberto Saviano della tv, anche se a Milano hanno un'idea diversa di cosa sia “zeniale”. Ma non è un artista da quattro soldi. Tutt'al più uno che ha dovuto vendersi alle porcherie di questo valore per campare in un ambiente in cui la “qualità” ha perso il suo da molto tempo.


Capire questo non è difficile. D'altronde lo vediamo girare scene fuori fuoco e con luce smarmellata tanto quanto lo vediamo regalarci perle come La Formica Rossa.



Ma quello che Boris è riuscita a raccontare davvero di René attraverso un percorso sapientemente costruito non è tanto il suo set di qualità e mancanze, ma la tragicità di un personaggio tristemente realistico. La tragicità di ciò che rappresenta colui che si ritrova schiacciato tra incudine e martello. Laddove l'incudine rappresenta quel bagaglio di sogni, speranze e velleità artistiche mai soddisfatte in cui trovare un ristoro temporaneo. E il martello, invece, la forza dirompente e compulsiva di un sistema malato e corrotto come quello della televisione.


Nel mezzo c'è lui, Renato Ferretti, nato a Fiano Romano. Diventato René, regista per la televisione, cavalcando con l'amarezza che solo un grande interprete come Francesco Pannofino poteva trasmettere, un destriero chiamato compromesso. Perché più che di macchine da presa e scene da girare è di compromessi che è stata fatta la sua carriera, come forse quella di tanti altri che, come lui, si sono dovuti scontrare con un mondo che ha deciso di lasciarsi alle spalle arte e qualità per farsi industria nel più cinico significato del termine.


E una volta diventato ciò, sono solo dati e profitto a contare. Numeri che con la creazione di una storia hanno ben poco da condividere. Ma che sono alla base della vita stessa di quella storia. René lo sa bene. Come lo sa Duccio e ancor meglio Lopez. Ma a differenza loro, che hanno deciso rispettivamente di non combatterli e cavalcarli senza pensarci troppo su, René ha conservato quelle velleità che non gli permettono di tagliare subito il cordone ombelicale con il sogno di quello che avrebbe voluto diventare.



Proprio in queto modo René diventa non solo perno delle polemiche sociali di Boris ma anche fulcro della sua personale lotta alla stessa m***a cui René stesso si arrende durante la puntata finale.


È singolare infatti come René si faccia portavoce di una tristissima presa di coscienza che è diventata però citazione cult (Viva la m***a!), mentre Boris in sé rappresenti esattamente il contrario delle opere del regista. Perché questa serie è la prova tangibile che un'altra televisione è possibile. Che magari non lo sarà in forma mainstream e resterà confinata a un affezionato pubblico di nicchia. Ma che è possibile. Boris è la prova che la qualità in televisione può esistere. E il fatto che decida di far dire al suo protagonista esattamente il contrario è una sopraffina opera di psicologia inversa.



Solo un'ulteriore finezza applicata al più versatile dei suoi personaggi. Uno che è riuscito in tre stagioni a rappresentare quasi tutti gli archetipi di artista italiano. Perché René è stato quello che ci crede: il regista fiero della propria opera e del suo successo che dimentica la sua reale essenza fintanto che dieci milioni di italiani dicono che va bene così. È stato poi quello consapevole della deriva del prodotto che ha però continuato a fare il suo lavoro per pagare il mutuo. È stato l'artista che, preso da coscienza s'è vergognato di un premio ricevuto. Ma anche quello troppo stanco per stare a sentire i consigli di chi ha lavorato solo con pazzi visionari americani.


René si è vergognato di Caprera, di Libeccio, de La Bambina e il Capitano, così come de Gli Occhi del Cuore e di tutte le altre “porcherie” girate solo perché la maggior parte del pubblico italiano ha dei pessimi gusti televisivi. Ma è stato anche quello che il sistema malato e corrotto ha saputo cavalcarlo come meglio ha potuto. Imparando e sfruttando ciò che ne deriva.


Perché prima ancora che Medical Dimension gli restituisse un barlume di speranza, era lui, proprio il René che si vergognava della sua stessa spazzatura, a insegnare a Orlando Serpentieri come stare in quel mondo al di fuori del teatro. Dove le facce a c***o di cane viaggiano su un livello poetico decisamente diverso da quello del Macbeth.



René Ferretti ha rappresentato in Boris un perfetto caleidoscopio di luci e ombre di chi ha dovuto imparare a convivere con un sistema sporcandosi le mani quando necessario. Di chi aveva capito inconsciamente già da molto tempo l'irreversibilità della direzione in cui questo viaggia comportandosi però come chi conserva fino alla fine la speranza che non debba poi essere necessariamente così. Che le eccezioni esistano. Anche per chi come lui è bravo, è paraculo, “sa perfino girare”, ma non si è mai preoccupato troppo della politica. Perché in fondo voleva solo fare il regista.


E forse è per questo che René rappresenta davvero la più tragica e romantica parabola di Boris: il sogno disilluso dell'artista. Più drammatica della disillusione di Alessandro, che è tale perché figlio di una generazione che ha smesso di sognare, ma giovane abbastanza da sperare in un cambio di rotta. René rappresenta l'irreversibilità del suo percorso, andato così per colpe a metà strada tra quel sistema che lo ha intrappolato e la sua incapacità di liberarsene.


Ed è diventato così essenza di un limbo dal colore grigio in cui la sua vita scorre con un certo attrito tra le necessità quotidiane di un uomo che deve sbarcare il lunario e i sogni di un artista che sembrano più refrattari all'oblio di quanto non sembrino quelli di un pragmatico qualunque.



Una condizione che, vista da fuori, dà una sensazione di soffocamento. Eppure che ha dalla sua parte la capacità di fornire a chi ci vive dentro l'abilità di sapersi adattare alla vita. Persino alle sue peggiori pieghe. Trovando sempre (o quasi) un'alternativa, una via di fuga per restare a galla.


È così che tra impegno, un po' di ingegno, un certo forzar la mano e qualche aiuto da un vecchio amico, René si dimena tra un improvviso viaggio in barca, una fulminea scrittura de Gli Occhi del Cuore 3 e sei mesi nel Parco Nazionale d'Abruzzo a contare Lecci. Perché quelli come René, che hanno imparato a mettere da parte se stessi per reinventarsi e giocare a scacchi e compromessi con chi si crede più furbo di loro, sanno come restare a galla. Sanno accontentarsi, aspettare e, nel caso, tornare.


Magari meglio di prima, o magari nella stessa condizione. Di certo sempre divisi tra lo stesso incudine e lo stesso martello. A lasciare che siano le loro vecchie, inseparabili velleità ad attutire i colpi.

René Ferretti: the ambitions that help you sleep



When I think of René Ferretti, the inimitable protagonist of Boris, I always remember when I Cani exalted the ambitions like those that “help you survive when the analyst is six days away”. Ferretti never went to the analyst - at least from what we know from the story - because his shrink already follows him constantly on every set. Only it's small, red and silent. It swims in a bottle of water and it's called Boris. And already last year we had imagined in this letter a hypothetical speech of the director to his goldfish, as well as best friend.


Boris has given us a large number of extraordinary characters. Duccio is undoubtedly among the best ones. But René Ferretti is the real heart of the series.



The pivot on which are based the greatest teachings of the Italian off series. The roots of its social controversy. A branching controversy that we could discuss for hours, if only we didn't need the same time to analyze a character as carefully multifaceted as the director of Gli Occhi del Cuore (The eyes of the heart).


And doing it in a coherent and linear way is not easy, since it's the character itself who doesn't present itself as such. But it's also what makes him a true masterpiece of realism in terms of characterization of the character. René Feretti indeed, wasn't created to be a great director. He's not the Roberto Saviano of TV, even if in Milan have a different idea of what it's “ingenious”. But he's not a mediocre artist. At most one who has had to sell himself to garbages of this value to live in an environment where the “quality” has lost his value long since.


Understanding this is not difficult. On the other hand we see him shooting scenes unfocused and with light opened all as much as we see him giving us pearls as La Formica Rossa (The Red Ant).



But what Boris has managed to really tell of René through a wisely constructed path is not so much its set of qualities and shortcomings, but the tragicity of a character sadly realistic. The tragic nature of what represents the one who finds himself squeezed between anvil and hammer. Where the anvil represents that baggage of dreams, hopes and artistic ambitions never satisfied in which to find a temporary refreshment. And the hammer, on the other hand, the disruptive and compulsive force of a sick system and corrupt like the one of the television.


In the middle there is him, Renato Ferretti, born is Fiano Romano. Become René, director for television, riding with the bitterness that only a great performer like Francesco Pannofino could instill, a steed called compromise. Because more than just cameras and scenes to shoot it's of compromises that his career has been done, like perhaps the one of many others who, like him, have had to clash with a world that has decided to leave behind art and quality to make itself industry in the most cynical meaning of the term.


And once it become that, it's only data and profit that count. Numbers that with the creation of a story have very little to share. But that are the basis of the life itself of that story. René knows it well. As Duccio knows it and Lopez even better. But unlike them, who respectively decided not to fight them and ride them without thinking too much about it, René has preserved those ambitions that don't allow him to immediately cut the umbilical cord with the dream of what he wanted to become.



Just in this way René becomes not only the pivot of Boris' social controversies but also the fulcrum of his personal fight against the same s**t to which René himself surrenders during the final episode.


It's unusual in fact how René is the spokesperson for a very sad awareness that however has become a cult quotation (Hurrah for the s**t!), while Boris in itself represents exactly the opposite of the director's works. Because this series is the tangible proof that another television is possible. That maybe it won't be as mainstream and will remain enclosed to a loyal niche audience. But that is possible. Boris is the proof that the quality on television can exist. And the fact that it decides to have his protagonist say exactly the opposite is an excellent work of reverse psychology.



Just a further refinement applied to the most versatile of his characters. One who has managed in three seasons to represent almost all the archetypes of Italian artist. Because René has been the one who believes it: the director proud of his work and his success who forgets his real essence as long as ten million Italians say it's okay. he has then been the one aware of the drift of the product but he has continued to do his job to pay the mortgage. He has been the artist who, having become aware was ashamed of an award received. But also too tired to listen to the advices of those who have worked only with crazy American visionaries.


René was ashamed of Caprera, of Libeccio, of La Bambina e il Capitano (The Little Girl and the Captain), as well as of Gli Occhi del Cuore (The eyes of the heart) and all the others “rubbishes” shot only because most of the Italian audience has bad television tastes. But he has been also the one that has able to ride the sick and corrupt system as best he could. Learning and exploiting what comes with it.


Why even before that Medical Dimension returned a glimmer of hope to him, it was him, just René who was ashamed of his own garbage, to teach Orlando Serpentieri how to stay in that world outside the theater. Where the faces to fu***ng dog travel on a poetic level decidedly different from the one of Macbeth.



René Ferretti has represented in Boris a perfect kaleidoscope of lights and shadows of those who have had to learn to live with a system by getting their hands dirty when necessary. Of those who had unconsciously understood for a long time already the irreversibility of the direction in which this travels but behaving like those who keep the hope until the end that it should not necessarily be so. That there are exceptions. Even for someone like him who is good, is smart ass, “can even shoot ”, but he has never worried too much about politics. Because basically he just wanted to be a director.


And maybe that's why René really represents the most tragic and romantic parable of Boris: the disillusioned dream of the artist. More dramatic than the disillusionment of Alessandro, which is such because he's the son of a generation that has stopped dreaming, but young enough to hope for a change of course. René represents the irreversibility of his path, went so for faults halfway between that system that trapped him and his inability to get rid of it.


And he has thus become the essence of a gray-colored limbo in which his life flows with a certain friction between the daily needs of a man who has to make ends meet and the dreams of an artist that seem more resistant to oblivion than don't look like those of any pragmatist.



A condition that, seen from the outside, gives a feeling of suffocation. Yet it has on its side the ability to provide those who live within it the ability to know how to adapt to life. Even to its worst folds. Always (or almost) finding an alternative, an escape way to stay afloat.


This is how between commitment, a little ingenuity, a certain forcing the hand and some help from an old friend, René squirms between a sudden boat trip, a sudden writing of Gli Occhi del Cuore 3 (The eyes of the heart 3) and six months in the Abruzzo National Park counting Holm oaks. Because those like René, who have learned to put themselves aside to reinvent themselves and play chess and compromises with those who think to be smarter than them, are able to stay afloat. They know how to settle, wait and, if necessary, return.


Maybe better than before, or maybe in the same condition. Certainly always divided between the same anvil and the same hammer. To let their old, inseparable ambitions to soften the blows.

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