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News 2020

Duccio: una Fase 2 lunga una vita

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Duccio: una Fase 2 lunga una vita



Boris ci ha parlato di artisti, veri come Ferretti o tali solo nell'immagine che hanno di se stessi, come Stanis (che avevamo analizzato meglio qui). Ci ha parlato di archetipi della società italiana di ieri come Arianna, di altri che invece appartengono a quella contemporanea, come Alessandro. E di prototipi dell'italiano medio dietro cui si staglia un mondo da esplorare rifugiato nel personaggio di Biascica. E poi - come se tutto ciò non fosse abbastanza - ci ha regalato Duccio Patanè. Non un semplice operaio, non un semplice fotografo. Non un semplice uomo, potremmo dire.


Come definire quindi il direttore di fotografia de Gli Occhi del Cuore? Oltre che uno dei migliori personaggi di Boris.



Un genio incompreso nascosto dietro una maschera di incurabile apatia? La stessa che si dissolve al largo quando trenta chili di Saraghi cadono nella rete del suo peschereccio? Può essere. Ma non è così semplice. La verità è che Duccio è stato scritto per rappresentare qualcosa che trascendesse le difficoltà più pratiche della vita. In un modo non convenzionale, unico e fuori dagli schemi come solo Boris poteva fare.


Perché se personaggi come quelli citati prima e tanti altri lottano con nemici che quasi sempre hanno un nome, un volto o comunque una forma ben precisa, Duccio lotta con qualcosa di indefinito e invisibile e per questo ancora più indomabile: i suoi demoni interiori.


Gli sceneggiatori di Boris ce lo hanno presentato un pezzo alla volta e con fare sempre criptico. Decifrare Duccio pertanto non risulta semplicissimo e lo si può fare per lo più attraverso poche frasi.



Già nel primissimo episodio ci viene presentato come una sorta di mina vagante. Fuma sul set, spende il suo tempo su un divano del backstage ed è, manco a dirlo, quello che sparisce alla prima buona occasione. In quanto direttore della fotografia, e dunque capo del suo dipartimento, dovrebbe dare il buon esempio al resto della troupe, invece si fa riprendere costantemente da Arianna, vera guardiana della lavorazione.


Eppure nel bel mezzo della confusione del “primo giorno”, Duccio ha l'occasione di dire, in modo quasi del tutto random, una frase chiave da cui possiamo comprendere molto del suo comportamento all'interno del contesto fittizio creato da Boris. Quando chiede ad Alessandro se la fotografia de Gli Occhi del Cuore gli fosse piaciuta o meno, Duccio dice della sua stessa opera:


“La fotografia fa schifo. La fotografia non dev'essere migliore di quella della pubblicità, altrimenti la gente non la guarda e cambia canale. Hai capito? Hanno pensato a tutto.”



A questo punto se non fossimo in Boris potremmo tranquillamente inserire Duccio in una sottocategoria di complottisti del nuovo millennio che vedono la loro vita telecomandata dai “poteri forti”.


Ma trattandosi di un'opera maestra della televisione italiana di cui ci fidiamo quasi ciecamente, e anche perché pian piano impariamo a inquadrare Duccio per capirne le ragioni, finiamo col dare a questa frase il beneficio del dubbio. All'inizio. Per poi capire che non solo questa frase ha il suo senso nel contesto narrativo al centro della polemica sociale di Boris, ma ha anche un forte legame col percorso emotivo e lavorativo stesso del personaggio.


Perché questa frase, e le tante allusioni fatte da Ferretti in più di un'occasione al valore del suo storico collega, fanno pensare a un uomo che, proprio come René, sia stato vittima un po' di se stesso e un po' di un sistema marcio. Ma che molto più di questi ne abbia subito le conseguenze senza opporsi. Dunque se posto sotto una lente di ingrandimento Duccio potrebbe quasi suggerire l'idea di un artista con passioni e capacità che lo hanno portato da qualche parte, ma che a un certo punto della sua vita sono state deluse. Proprio come quelle di Ferretti. Schiacciate sotto il peso delle “necessità” di un'industria televisiva dagli anfratti oscuri.


Ma ciò che ha fatto la differenza rispetto a René, nel suo caso, è stata l'adattabilità. La decisione, inconscia o voluta, di mollare la presa e, a differenza del suo amico, di non combattere contro i mulini a vento. Ossia contro qualcosa che non sembra poter essere diversa da com'è. In questo caso la televisione italiana.



Se René ha continuato a crederci e, nonostante tutto, ha provato fino alla fine a essere l'artista che sognava di diventare da giovane, Duccio no. Duccio ha preferito difendersi e, come dice lui stesso, ha imparato a farlo. E lo ha fatto con tutto. Con il suo lavoro, col mondo della tv, con le persone, con la società. Lui si è chiuso a riccio. Ha smesso di leggere, dunque ha smesso di pensare. E così è stato meglio. Senza bisogno di parlare con qualcuno, di farsi vedere e cercare aiuto in modo più convenzionale. Ed è esattamente questo a suggerire l'idea di un uomo che è tutt'altro di ciò che sembra.


Certo, a vedere le sue cose un tanto ar kilo, la sua irriducibile noncuranza, la disattenzione e l'accidia è facile credere all'idea di un uomo a cui semplicemente non interessi nulla di nulla. Che è sereno e felice del suo jackpot: esser pagato bene per lavorare poco e male, proprio come il settore richiede. D'altronde è esattamente l'immagine che lui non smette mai di lasciar trasparire di .


Ma la verità è che ci vuole un'anima sopraffina e troppo più profonda per partorire quel concetto racchiuso nel “chiudersi a riccio”. Nell'ermetica espressione “ho imparato a difendermi”. E ogni buon fan ossessionato da Boris lo sa.



Che c'è un significato che va ben oltre una piatta apatia nella necessità di imparare a difendersi in questo mondo proprio smettendo di leggere. Smettendo di pensare e strapensare a chissà quali cose possano passare per la mente di un uomo come Duccio. Uno che, evidentemente proprio per difendersi, ha fatto tabula rasa vivendo la sua vita pescando e “pensando in camerino.”


Ci dev'essere tutta la volontà di lasciarsi scivolare il mondo addosso, con la serenità di quando consiglia ad Alessandro di star sereno e mandare Arianna aff*****o. C'è tutta la spinta persa ormai da tempo di cambiare le cose, di fare la differenza, di lavorare perché qualcosa che valga davvero la pena resti. E l'iperrealistica consapevolezza di quanto ormai il suo lavoro non sia altro che un superfluo orpello, buttato in un calderone pieno di troppi più elementi pronti a snaturarne l'essenza.


E dunque è così che nel presente abbiamo il risultato di tutto questo in un personaggio unico e irripetibile: Duccio Patanè.



Un uomo che si è rassegnato. Al sistema, a se stesso, al mondo. Che vive ognuna di queste tre cose godendosi i vantaggi come meglio può. Senza domande, senza bisogno di risposte. Senza sforzarsi. Privo di desideri che esulino le sue strettissime necessità giornaliere. Perché a quelle tanto ci pensa il fido Alfredo. Spoglio di qualsiasi forma di complessa speranza in qualcosa in cui evidentemente non crede più da anni.


E in questo stato, sotterrata l'ascia di guerra, Duccio non aspetta la terza stagione di Boris per aprire gli occhi più di quanto non abbia già fatto. Più di quanto non abbia già preso coscienza. Come accade a Ferretti, risvegliato dal torpore della speranza dopo l'ennesima mattonata in fronte, quella di Medical Dimension, che gli aveva fatto credere in un'altra televisione. Ed è proprio alla luce di una nuova comprensione della realtà che all'interno del contesto narrativo di Boris Ferretti riscopre Duccio, capendo finalmente e fino in fondo chi egli sia e perché.


Quando i muri sono ormai caduti.



René ha avuto bisogno di tre stagioni per capirlo e renderlo chiaro a tutti. Ma per Duccio, i muri erano caduti già da molto tempo, e la sua vita andava avanti così. In una nuvola di incertezza che al suo interno può avere una logica dalla consistenza nebulosa come la fase 2 che stiamo vivendo. Tra un infinito lasciarsi andare, stanco su un anonimo divano, e un coffee break da asporto.

Duccio: a life-long Phase 2



Boris talked to us about artists, true as Ferretti or as such only in the image they have of themselves, as Stanis (that we had analyzed better here), talked us about archetypes of yesterday's Italian society such as Arianna, about others who instead belong to the contemporary one, as Alessandro. And about prototypes of the average Italian behind which stands a world to explore as a refugee in the character of Biascica. And then - as if all this was not enough - has given us Duccio Patanè. Not a simple worker, not a simple photographer. Not just a man, we might say.


How then to define the director of photography of Gli Occhi del Cuore? (The eyes of the heart) In addition to being one of the best characters of Boris.



A misunderstood genius hidden behind a mask of incurable apathy? The same one that dissolves offshore when thirty kilos of white sea breams fall into the net of his fishing boat? It can be. But it's not that simple. The truth is that Duccio was written to represent something that transcend life's most practical difficulties. In an unconventional way, unique and out of the box as only Boris could do.


Because if characters like those mentioned above and many others fight with enemies who almost always have a name, a face or in any case a very specific form, Duccio struggles with something indefinite and invisible and for this even more indomitable: his inner demons.


The screenwriters of Boris have presented it to us one piece at a time and always cryptically. Deciphering Duccio therefore isn't very simple and it can be done mostly through a few sentences.



Already in the very first episode it's presented to us as a kind of loose cannon. He smokes on the set, spends his time on a sofa in the backstage and he's, needless to say, the one who disappears at the first good opportunity. As director of photography, and therefore head of his department, he should set a good example for the rest of the troupe, instead he gets constantly scolded by Arianna, true guardian of the processing.


Yet in the midst of the confusion of the “first day”, Duccio has the opportunity to say, almost entirely random, a key phrase from which we can understand much of his behavior within the fictional context created by Boris. When he asks Alessandro if he liked or not the photograph of Gli Occhi del Cuore (The eyes of the heart), Duccio says of his own work:


“The photography sucks. The photography doesn't have to be better than the one of the advertising, otherwise people don't watch it and change the channel. Did you understand? They have thought of everything.”



At this point if we weren't in Boris we could easily include Duccio in a sub-category of conspiracy theorists of the new millennium who see their life remotely controlled by “strong powers”.


But since it's a masterpiece of Italian television that we trust almost blindly, and also because we gradually learn to frame Duccio to understand the reasons, we end up giving this sentence the benefit of the doubt. At the beginning. To then understand that not only this sentence has its meaning in the narrative context at the center of the social controversy of Boris, but it also has a strong connection with the emotional and working path of the character himself.


Because this sentence, and the many allusions made by Ferretti on more than one occasion to the value of his historic colleague, suggest a man who, just like René, has been a victim of himself and a bit of a rotten system. But that much more than these he has suffered the consequences without opposing. So if placed under a magnifying glass Duccio could almost suggest the idea of an artist with passions and skills that have led him somewhere, but that at some point of his life have been disappointed. Just like the ones of Ferretti. Crushed under the weight of the “needs” of a television industry with dark ravines.


But what made the difference compared to René, in his case, has been the adaptability. The decision, unconscious or deliberate, to let go and, unlike his friend, not to fight against the windmills. That is against something that doesn't seem to be different from what it's. In this case the Italian television.



If René has continued to believe in it and, despite everything, has tried to the end to be the artist he dreamed of becoming when he was young, Duccio no. Duccio has preferred to defend himself and, as he himself says, has learned to do it. And he has done it with everything. With his work, with the world of TV, with people, with society. He closed like a hedgehog. He stopped reading, so he stopped thinking. And so it has been better. Without needing to talk to anyone, to be seen and seek help in a more conventional way. And it's exactly this that suggests the idea of a man who is anything but what he seems.


Sure, to see his approximate works, his immovable indifference, the inattention and the sloth is easy to believe to the idea of a man who simply doesn't care about anything. Who is calm and happy with his jackpot: to be paid well for working little and badly, just like the industry requires. On the other hand it's exactly the image that he never ceases to let reveal of himself.


But the truth is that it takes a superfine soul and too deeper to give birth to that concept enclosed in “closing like a hedgehog”. In the hermetic expression “I have learned to defend myself”. And any good fan obsessed with Boris knows it.



That there is a meaning that goes far beyond a flat apathy in the need to learn to defend himself in this world by just stopping reading. By stopping to think and overthink who knows what things can go through the mind of a man as Duccio. One who, evidently just to defend himself, has done tabula rasa living his life fishing and “thinking in the dressing room.”


There must be all the will to let the world slip on you, with the serenity of when he advises Alessandro to stay calm and to send Arianna to fuck. There is the whole motivation now long lost to change things, to make the difference, to work so that something that is really worth remains. And the hyper-realistic awareness of how much his work is now nothing more than a superfluous frill, thrown into a cauldron full of too many elements ready to distort its essence.


And so this is how in the present we have the result of all this in a unique and unrepeatable character: Duccio Patanè.



A man who has resigned himself. To the system, to himself, to the world. Who lives each of these three things enjoying the benefits as best he can. Without questions, without need of answers. Without making an effort. Devoid of desires that go beyond his very strict daily needs. Because the faithful Alfredo takes care of those anyway. Stripped of any form of complex hope in something he has evidently no longer believes in for years.


And in this state, having buried the hatchet, Duccio doesn't wait for the third season of Boris to open the eyes more than he has already done. More than he has already become aware of. As it happens to Ferretti, awakened from the torpor of hope after yet another disappointment, the one of Medical Dimension, who had made him believe in another television. And it's precisely after a new understanding of the reality that within the narrative context of Boris Ferretti rediscovers Duccio, finally understanding who he's and why.


When the walls have now fallen.



René needed three seasons to figure it out and make it clear to everyone. But for Duccio, the walls had already fallen long since, and his life went on like this. In a cloud of uncertainty that inside it can have a logic with a nebulous consistency like the phase 2 we are experiencing. Between an infinite letting go, tired on an anonymous sofa, and a takeaway coffee break.

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