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News 2020

I dolori del giovane Biascica

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I dolori del giovane Biascica



Ha un berretto di lana con scritto “asshole” e una tuta da elettricista che non sembra cambiare davvero mai. Magari non è il bello e impossibile dal sapor mediorientale della Nannini ma a qualcuno piace. Perché Augusto Biascica a casa ha una moglie e due figli, ma con poche domande sa come far cadere le donne ai suoi piedi. Basta un'orata all'acqua pazza (o all'acqua calda) e due pachino. In fondo si sa che il fascino dell'uomo rozzo può comunque avere il suo perché. E Boris ce lo ricorda con il più entusiasta dei suoi tecnici di set quando è tempo di girare Gli Occhi del Cuoreall'olandese”.



E per fortuna che non è retrosessuale! Sennò vedi come pure gli schiavi del set ci restavano sotto come la truccatrice, con quel fascino da maschio alpha. Dice lui.



Anche se, ammettiamolo, magari tutti i torti non ce li ha. Perché in fondo Biascica in Boris rappresenta esattamente quello: la voce del popolo. Di quello più ruspante e verace. L'italiano medio, con una vita media, in mezzo a fantomatici o veri artisti. Il maschio di una volta, carico di una buona dose di mascolinità tossica da una parte e valori popolari dall'altro. Quello che lavora sodo per portare il pane a casa ma non disdegna di tornare a respirare un po' di libertà e giovinezza con la bella collega.


In altre sedi potremmo piantarci una grana infinita su un tale personaggio. Specie in tempi in cui l'abbattimento del patriarcato che ha dominato la cultura di massa dall'alba dei tempi rappresenta un tema clou. E forse dovremmo, approfittando proprio del personaggio che vogliamo analizzare oggi (qui potete trovare l'analisi di un altro protagonista). Ma la verità è che con Biascica non ce la facciamo a essere troppo critici. O a prenderlo troppo sul serio. E forse il suo problema è stato proprio quello.



Gli sceneggiatori di Boris anche in questo caso sono stati dei veri artisti. In grado di creare un legame tra caratterizzazione del personaggio e percezione da parte dello spettatore raffinata quanto la stessa sceneggiatura di Boris.



Perché così come a noi risulta difficile prendere sul serio Biascica senza citare almeno 3-4 delle sue più celebri battute nel giro di 5 minuti (e riderne a crepapelle), così si sostanzia la caratterizzazione del suo personaggio nel contesto in cui è inserito. Biascica è per definizione uno che non dev'essere mai esser preso sul serio dal resto dei protagonisti della storia. Paradossalmente neanche quando si arrabbia.


E infatti uno dei suoi più famosi “sbrocchi” - consistente per lo più in una raffica di bestemmie - dà vita a una delle più esilaranti gag di Boris. Ossia la “sanzione” di 20€ per ogni bestemmia detta sul set da cui nasce la celeberrima massima del “do tu des”. Per non parlare del “rapporto equo e solitario: nun me paghi? Almeno famme bestemmià!


E tutto questo al fine di porre l'accento sull'amara verità che si cela dietro la parabola di Biascica: ovvero quella dell'invisibilità dell'operaio. Di quello stesso italiano medio. Dell'uomo semplice, che non può e non deve crollare. O lamentarsi. Che lavora, lavora sodo, tutto per la famiglia, o per se stesso, ma dandosi sempre da fare onestamente. O magari non troppo onestamente, con i cavi non a norma del set di cui è responsabile. Ma lo fa nei limiti dei poteri e degli strumenti che possiede. E di cui avrebbe dovuto esser dotato da qualcuno ben più in alto di lui.



E allora si arrabbia, urla, bestemmia e pretende che ciò che gli è dovuto gli sia dato. Ma in un paese in cui la relazione tra le due cose non è né automatica né scontata in moltissimi casi, l'operaio invisibile non è più qualcuno che chiede ciò che gli spetta di diritto. Ma è solo un “rompipalle che pretende”, finendo per dar persino fastidio.



Non è forse fastidio quello che vediamo sul volto di Lopez quando già nel primissimo episodio di Boris Biascica gli chiede degli “straordinari di aprile”? Non è fastidio da tipico scaricabarile (ma nemmeno troppo, come vedremo) quello che percepiamo nelle risposte di Sergio quando Biascica chiede che ciò che gli è dovuto per il lavoro extra gli sia pagato?


Per noi è solo una gag dai toni amari intrisa di neorealismo. Ma pensandoci con serietà, quanto è triste la parabola di Biascica? Quanto è devastante “ridere” al pensiero di come veritiero sia il quadro delineato da Boris con le vicende raccontate attraverso Biascica. Quelle con cui scopriamo, tra una battuta e l'altra, di cos'è fatta la vita di un operaio. In questo caso un operaio che potrebbe perfino essere un privilegiato. Al servizio diretto di un'industria ricca, vicina a una buona copertura mediatica, fatta di persone che avrebbero il potere di influenzare - o sensibilizzare - la gente con la loro popolarità.



Boris per farci ridere ci dice che può essere una vita fatta di cameratismo tra colleghi e qualche scappatella. Ma è una vita fatta soprattutto di lotte. E non nel senso romantico del termine.



Lotte con superiori di diversi dipartimenti che si scaricano responsabilità a vicenda. Lotte con i sindacati, con la CGIL, con chi dovrebbe mettersi al sicuro e invece se ne frega. È una vita in cui un uomo più o meno spensierato e mediamente stabile può ritrovarsi dallo psicanalista senza neanche saper come. A cercare de farse guarì 'a capoccia da problemi che non sa neanche che forma abbiano.


La storia di Biascica che cerca di guarire dal suo malessere sconosciuto è forse una delle cose più geniali viste in Boris. Una metafora perfetta, meravigliosamente costruita, della tragedia silenziosa che attanaglia con spaventosa regolarità un gran numero di persone rappresentate dal personaggio di Biascica. Chissà quanti, nell'Italia dei nostri giorni, sono attanagliati da malumori, mal di testa, magari vertigini, e/o qualsiasi sintomo possa essere ricondotto ai problemi di “stress” di cui la società moderna tanto si riempie la bocca.


In tanti saranno andati dallo psicologo, come hanno fatto Biascica e quel suo amico che a un certo punto della sua vita non riusciva a smettere di piangere. E magari se ne sono pure vergognati, perché nell'Italia di oggi andare dallo psicologo è ancora un tabù. Qualcosa che fanno i “malati”.



Quella di Boris, a ogni modo, è anche una simpatica frecciatina alla classe degli psicoterapeuti che spesso e volentieri “medicalizzano” sintomi e pazienti troppo velocemente.



E allora finisce che persone “normali” come Biascica ripensano alla madre, al padre, ai problemi avuti con loro durante l'infanzia. La durezza, la severità un tempo tipica dei rapporti genitori-figli. E finiscono magari per perder tempo a “estroiettà tutto”. A cercare un modo di dar sfogo ai propri pensieri e a quelle emozioni che raramente prima si esprimevano. Che è una buona cosa, ma finisce per rivelarsi inutile quando si capisce che non è stata l'educazione severa la fonte dei propri problemi.


Ma che lo è un sistema che soffoca il pesce più piccolo per ragioni che ormai nemmeno capiamo più. Che i problemi di un uomo semplice come Biascica non sono il padre o la madre, ma gli straordinari d'aprile! La metafora di tutto ciò cui un operaio semplice avrebbe diritto: lavoro regolare, serenità, sicurezza. Semplicemente quello che gli spetta. Ciò che gli spetterebbe senza dover chiedere e finanche pretendere, snervandosi solo per finire con l'esser considerato persino una petulante scocciatura per i capoccioni.



Biascica, diciamocelo, non sarà uno che ha studiato poi molto. Non sarà un lord, e nemmeno un gran professore d'etica. Ma è un uomo onesto, semplice. Perfetta rappresentazione di tanti uomini comuni, padri comuni, troppo spesso dimenticati e sfruttati.



E la sua storia è la misura perfetta dello strazio silenzioso e spesso invisibile che affligge questa fascia sociale in un'epoca - quella moderna - in cui forse non ci accorgiamo più dei problemi di chi sta dietro le quinte. Su più livelli, in diversi settori, in svariate industrie. Biascica è quello che rappresenta quella frangia sociale per la quale le cose non sono mai cambiate troppo. Ma a noi interessa meno di quanto interessasse ai nostri padri magari.


Quella frangia popolare di cui, a seconda dei casi, magari ci divertono dialetti e battute, modi di fare e gesti. Salvo criticarli quando è tempo di fare i raffinati. Tutto per ricordarci che è la stessa frangia sociale che spesso e volentieri manda avanti la baracca Italia. E che “straordinari” o meno, dovremmo prendere sul serio andando oltre le bestemmie che ci fanno ridere.

The pains of the young Biascica



He has a woolen cap with the inscription “asshole” on it and an electrician suit that never really seems to change. Maybe he's not the beautiful and impossible with the Middle Eastern flavor sung by Nannini but someone likes him. Because Augusto Biascica has a wife and two children, but with few questions he knows how to make women fall at his feet. It's enough a crazy water bream (or hot water one) and two Pachino tomatoes. Basically it's known that the charm of the rough man can still have its reason. And Boris reminds us of it with the most enthusiastic of its set technicians when it's time to shoot “Dutch-styleGli Occhi del Cuore (The eyes of the heart).



And fortunately he's not retrosexual! Otherwise also the slaves of the set got hurt as the make-up artist, with that alpha male charm. He says.



Even if, let's admit it, maybe he doesn't have all the wrongdoings. Because after all Biascica in Boris represents exactly that one: the voice of the people. Of the more simple and truthful one. The average Italian, with a medium life, in the midst of phantoms or real artists. The male of the past, loaded with a good dose of toxic masculinity on the one hand and popular values on the other one. The one who works hard to bring bread to home but does not mind returning to breathe a little freedom and youth with the beautiful colleague.


In other places we could start an infinite discussion about such a character. Especially in times when the overthrow of the patriarchy that has dominated mass culture since the dawn of time is a key issue. And maybe we should, just taking advantage of the character we want to analyze today (here you can find the analysis of another protagonist). But the truth is that with Biascica we can't be too critical. Or to take him too seriously. And maybe just that has been his problem.



The screenwriters of Boris also in this case have been some true artists. Able to create a link between the characterization of the character and perception by the viewer as refined as the itself screenplay of Boris.



Because just as we find difficult to take Biascica seriously without mentioning at least 3-4 of his most famous lines within 5 minutes (and laugh out loud at them), thus the characterization of his character is substantiated in the context in which is inserted. Biascica is by definition one who doesn't have to be never be taken seriously from the rest of the protagonists of the story. Paradoxically not even when he gets angry.


And indeed one of his most famous “outbursts” - consisting mostly of a barrage of blasphemies - gives life to one of the most exhilarating gag of Boris. That is the “sanction” of 20€ for each blasphemy said on the set from which borns the famous motto “do tu des”. Not to mention the “fair and lonely relationship: don't you pay me? At least let me swear!


And all this in order to emphasize the bitter truth that lies behind the parable of Biascica: namely the one of the invisibility of the worker. Of that same average Italian. Of the simple man, which cannot and must not collapse. Or complain. Who works, works hard, all for the family, or for himself, but always working honestly. Or maybe not too honestly, with cables not in accordance with the set for which he's responsible. But he does so within the limits of the powers and tools he has. And which he should have been equipped with by someone far above him.



And then he gets angry, screams, blasphemies and demands that what is due to him be given to him. But in a country where the relationship between the two things is neither automatic nor taken for granted in many cases, the invisible worker is no longer someone who asks for what is rightfully his. But he's just a “ballbreaker that demands”, ending up even bothering.



Isn't it bothering what we see on Lopez's face when already in the very first episode of Boris Biascica asks him about “April's overtimes”? Isn't it a typical passing the buck (but not too much, as we will see) what we perceive in the answers of Sergio when Biascica asks that what is due to him for the extra work be paid to him?


For us it's only a gag with bitter tones imbued with neorealism. But thinking about it seriously, how sad is the parable of Biascica? How devastating is “laughing” at the thought of how true is the panorama outlined by Boris with the events told through Biascica. The ones with which we discover, between a line and the other, of what is made the life of a worker. In this case a worker who could even be a privileged person. At the direct service of a rich industry, close to good media coverage, made of people who would have the power to influence - or to raise awareness - people with their popularity.



Boris to make us laugh it tells us that it can be a life of camaraderie between colleagues and some fling. But it's a life made above all of struggles. And not in the romantic sense of the term.



Struggles with superiors from different departments who release responsibilities to each other. Struggles with the unions, with the CGIL, with who should take shelter, and instead doesn't care. It's a life in which a more or less carefree and moderately stable man can find himself at the psychoanalyst without even knowing how. Trying to heal the head from problems that he doesn't even know what shape they have.


The story of Biascica who tries to heal from his unknown malaise is perhaps one of the most brilliant things seen in Boris. A perfect metaphor, beautifully built, of the silent tragedy that grips with frightening regularity a large number of people represented by the character of Biascica. Who knows how many, in today's Italy, are gripped by bad moods, headaches, maybe dizzinesses, and/or any symptom can be traced back to the problems of “stress” of which the modern society so much fills its mouth.


Many will have gone to the psychologist, as Biascica and that friend of him did who at some point of his life could not stop crying. And maybe they are even ashamed of it, because in today's Italy, going to the psychologist is still a taboo. Something that the “sick ones” do.



The one of Boris, however, is also a nice little arrow to the class of psychotherapists who often and willingly “medicalize” symptoms and patients too quickly.



And so “normal” people as Biascica think back to the mother, the father, the problems they had with them in childhood. The hardness, the severity once typical of parents-children relationships. And maybe they end up wasting time to “eject everything”. To seek a way to give vent to one's thoughts and emotions that rarely were expressed before. Which is a good thing, but ends up being useless when you understand that strict education was not the source of your problems.


But the real problem is a system that suffocates the smallest fish for reasons that we don't even understand anymore. That the problems of a simple man as Biascica are not the father or the mother, but the overtimes of April! The metaphor of everything a simple worker would be entitled to: regular work, serenity, safety. Simply what is due to him. What it would is due to him without having to ask and even to pretend, getting unnerved only to end up being considered even a petulant annoyance for the bosses.



Biascica, let's say it, he's not one who has studied a lot. He's not a lord, and not even a great ethics professor. But he's an honest, simple man. Perfect representation of many common men, common fathers, too often forgotten and exploited.



And his history is the perfect measure of the silent and often invisible agony that afflicts this social bracket in an era - the modern one - in which perhaps we no longer notice the problems of those who are behind the scenes. On several levels, in different sectors, in various industries. Biascica he's the one who represents that social fringe for which things have never changed too much. But maybe we care less about what our fathers cared about.


That popular fringe of which, depending on the cases, maybe we enjoy dialects and lines, ways of doing and gestures. Except criticize them when it's time to be refined. All to remind us that is the same social fringe that often and willingly brings Italy forward. And that “extraordinary” or not, we should take them seriously by going beyond the blasphemies that make us laugh.

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