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News 2020

La tv è peggio di prima: Boris colpisce ancora

| Barbadillo.it

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La tv è peggio di prima: Boris colpisce ancora

Tornano su Neflix le tre stagioni della dissacrante serie che ha meglio preso in giro la fiction televisiva degli ultimi anni

by Runa Bignami - in Televisionando 🗨 0



Si alza il sipario. Nelle torbide strade di Cinecittà va in scena quel crimine macabro e morboso che si perpetua ogni anno, ogni mese, ogni giorno: quello delle serie tv italiane.


Veniamo catapultati proprio lì, dritti sulla scena del delitto: accompagniamo un giovane stagista, ancora di belle speranze e pieno di pie illusioni, nel suo primo giorno di lavoro e scopriamo ciò che in realtà sappiamo da sempre, ovvero che sui set nostrani “la qualità ha rotto er ca..o”.


Di tutti i regali, di quelli belli, il ritorno di Boris su Netflix entra di diritto nella top ten. A distanza di 13 anni dalla sua uscita su Fox, questa rimane una serie di incredibile attualità, con tutti i suoi personaggi, cliché, le sue citazioni iconiche e i suoi monologhi che hanno regalato degli aforismi per descrivere un certo modello Italia con crudezza perfetta: “Un paese de' musichette, mentre fuori si muore.”


Boris non ha avuto solo il coraggio di fare satira per primo, e in maniera implacabile ma efficace, su quello che sembrava un golem intoccabile, ovvero gli sceneggiati (e il termine desueto è scelto appositamente) italiani, fiction che sembravano davvero assemblate in uno scantinato e scritti da un generatore automatico di dialoghi. Ma anche di aver messo in campo una feroce presa in giro che è attuale ancora oggi. E di aver pur sortito qualche effetto per certi versi, di scalfire il mostro sacro che l'aveva così efficacemente generata. Questo perché è la critica alla televisione che si presenta quale ennesimo specchio (nemmeno troppo deformante) di una società, quella italiana, che ci viene proposta in tutte le sue crepe e fragilità, così allo stesso tempo esilaranti e dolenti.


Siamo tutti un po' René Ferretti: ambivamo al cortometraggio della formica che viaggia tra le carte da gioco, con la luce perfetta e la profondità di una poesia di Borges in sottofondo per finire, invece, al vertice teorico della piramide sociale ma spogliati in realtà di tutto.


Siamo tutti Stanis La Rochelle: tendiamo come asintoti agli americani ma siamo sempre troppo italiani, inseguiamo i nostri Wim Wenders e molti di noi hanno, probabilmente, anche un gemello cattivo.


Siamo tutti Alessandro lo stagista, che ci prestiamo per una causa più grande anche a cose degradanti tipo farci chiamare Seppia senza un motivo, recitare come un cane senza appello o, peggio del peggio, cantare sotto minaccia fisica “tu sei la mia vita”.


Siamo anche tutti un po' Corinna la Cagna Maledetta, per troppi motivi ma perché chiunque si inceppa nel pronunciare la parola gioielliere.


I personaggi, le situazioni iconiche che si susseguono nelle tre stagioni di Boris, tutti quegli “F4 - basito” sono uno dei più efficaci prodotti delle serie tv italiane, anche se non si sarebbe forse detto dallo scarso successo che riscosse al suo esordio su Fox.


Ancora oggi Boris ci parla di una società del consumo basata su poche idee ma molto confuse, mettendone a nudo le debolezze ce la fa anche amare. Il meccanismo involontario che ricorda un po' quell'affetto insospettabile suscitato da Guareschi verso Peppone.


E finisce che, come da miglior tradizione del trash italiano, ad appassionarci è anche la storia de “Gli occhi del cuore” e sì, saremmo stati incollati davanti alla tv per sapere chi ha sparato al Conte.


Ma soprattutto, sopra ogni altra cosa che rimane di Boris a chiunque lo guardi, è la consapevolezza più radicata che ha ragione Duccio, lo sfaticato direttore della fotografia: non bisogna cercare la fotografia politica, i muri sono caduti e adesso bisogna aprire tutto. A ca..o di cane.

The TV is worse than before: Boris strikes again

The three seasons of the irreverent series that has mocked the television drama in recent years are back on Neflix

by Runa Bignami - in Televisionando 🗨 0



The curtain rises. In the shady streets of Cinecittà that macabre and morbose crime that is perpetuated every year, every month, every day is staged: the one of the Italian TV series.


We are catapulted right there, straight to the crime scene: we accompany a young intern, still with high hopes and full of pious illusions, on his first day of work and we discover what we actually know all along, that is on Italian sets “the quality has fu..ed”.


Of all the gifts, the beautiful ones, the return of Boris on Netflix enters the top ten by right. 13 years after its release on Fox, this remains an incredibly current series, with all its characters, clichés, its iconic quotes and its monologues that have given some aphorisms to describe a certain Italy model with perfect rawness: “A country of jingles, while people die outside.”


Boris didn't just have the courage to do satire first, and relentlessly but effectively, on what appeared to be an untouchable golem, that is the Italian dramas (and the obsolete term is specially chosen), dramas that really seemed as they were assembled in a basement and written by an automatic dialogues generator. But also of having staged a ferocious mockery that is still current today. And to have had some effect in some ways, to scratch the sacred monster that had so effectively generated it. This is because it's the criticism of television which presents itself as yet another mirror (not too distorting) of a society, the Italian one, which is proposed to us in all its cracks and fragilities, so exhilarating and painful at the same time.


We're all a bit René Ferretti: we aspired to the short film of the ant moving among playing cards, with the perfect light and the depth of a Borges poem in the background to end up, instead, at the theoretical apex of the social pyramid but actually stripped of everything.


We're all Stanis La Rochelle: we tend to Americans as asymptotes but we're always too Italian, we chase our Wim Wenders and many of us, probably, also have an evil twin.


We're all Alessandro the intern, that we deal with a bigger cause even with degrading things like being called Cuttlefish for no reason, acting like a dog without appeal or, worst of all, singing under physical threat “you're my life”.


We're also all a bit Corinna the Damned Bitch, for too many reasons but because anyone gets stuck in pronouncing the word jeweler.


The characters, the iconic situations that follow one another in the three seasons of Boris, all those “F4 - astonished” are one of the most effective products of the Italian TV series, even if it might not have been said by the lack of success it received at its debut on Fox.


Even today Boris speaks to us of a consumer society based on a few but very confused ideas, exposing its weaknesses also makes us love it. The involuntary mechanism that somewhat recalls a bit that unsuspected affection aroused by Guareschi towards Peppone.


And it ends up that, as in the best tradition of Italian trash, we're also passionate about the history of “Gli occhi del cuore” (The eyes of the heart) and yes, we would have been glued in front of the TV to find out who shot the Count.


But above all, above anything else that remains of Boris to anyone who watch it, it's the deepest awareness that Duccio, the lazy director of photography, is right: we must not look for political photography, the walls have fallen and now everything must be opened. To fu..ing dog.

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