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News 2019

Ten years after its end Boris remains the best Italian series ever

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Dieci anni dopo la sua fine Boris rimane la migliore serie italiana di sempre

Di Mattia Madonia

Il in Italia non succede praticamente nulla: Papa Ratzinger compie ottant'anni e il premier Prodi chiede una nuova legge elettorale e parla del progetto di “una grande avventura che si misurerà con il Paese non contro i partiti, ma oltre i partiti”. Si riferisce al Pd, nato qualche mese dopo. In Virginia, invece, uno studente sudcoreano compie l'ennesima strage in un campus universitario statunitense: 32 morti. Eppure quella giornata non verrà ricordata per nessuno di questi eventi. Fox trasmette infatti la prima puntata di una serie tv italiana che cambierà il nostro linguaggio e il nostro modo di vedere la televisione. Doveva chiamarsi Sampras, ma per evitare grane legali con la Nike si è scelto un altro nome: Boris. Sono passati poco più di dieci anni, Ratzinger è ancora vivo ma c'è un altro papa, i politici continuano a chiedere nuove leggi elettorali, il Pd nel frattempo è nato ma forse sarebbe stato meglio di no, e in USA continuano ad avere la pistola facile, ma noi ci ricordiamo ogni singola battuta di Boris.


Boris nasce da un soggetto di Luca Manzi e Carlo Mazzotta e trova la sua dimensione tra le mani dei tre sceneggiatori Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo. Si tratta di una metaserie che ridicolizza il mondo della televisione italiana e, di conseguenza, l'Italia stessa. Lo spettatore assiste alla realizzazione di una sitcom di basso livello, Gli occhi del cuore, attraverso gli usi e le manie di una troupe smandrappata, nevrotica e assolutamente irresistibile. All'interno c'è di tutto: lo stagista schiavizzato, l'attrice “cagna”, il narcisista patologico, il regista in continuo conflitto tra qualità e merda. Sì, perché Boris fondamentalmente parla di questo: ti sbatte in faccia la realtà dicendoti che la televisione italiana è merda purissima, senza alcun rispetto per lo spettatore.



Il paradosso di Boris è che alla messa in onda è stato un mezzo flop. Lo spiega bene Marta Bertolini di Fox: “Diciamocelo, Boris su Fox lo guardava pochissima gente ed è diventato un culto grazie al passaparola e alla pirateria”. La sua fruizione ha anticipato i tempi: in un'epoca in cui non esisteva Netflix e il concetto di tv on demand era ancora nebuloso, gli spettatori hanno deciso di seguire la serie quando e come volevano. Principalmente raccattando illegalmente le puntate su Internet. Boris è arrivata in chiaro, su Cielo e in seguito su Rai 3, soltanto due anni e mezzo dopo la messa in onda del primo episodio. Nel mentre sono state realizzate tre stagioni che hanno avvalorato le tesi sulla filter bubble: nella tua cerchia lo seguivano tutti, mentre al di fuori era praticamente un prodotto sconosciuto.


L'arma vincente di Boris è stata fin dall'esordio l'intenzione di destrutturare l'universo della televisione italiana, per mostrare lo sporco nascosto sotto il tappeto. Per farlo era necessario evitare di usare i mezzi “un po' troppo italiani”, e dunque retorica e moralismo spicciolo, aggrappandosi invece a un realismo irriverente figlio della genialità del trio di sceneggiatori. Tutto questo facendo ridere parecchio. E qui entra in gioco un cast perfetto, messo nelle condizioni migliori per regalare a quasi tutti gli attori che lo componevano il ruolo della vita. Francesco Pannofino ha dimostrato che oltre alla voce c'è molto di più, Pietro Sermonti si è liberato del marchio di Un medico in famiglia sprigionando un istrionismo insuperabile, Caterina Guzzanti ha superato il complesso del facce ride con un'interpretazione diametralmente opposta ai suoi canoni abituali, Alessandro Tiberi si è palesato al grande pubblico e Carolina Crescentini ha superato una delle prove più difficili per un attore - recitare la parte di chi recita male - portandosi a casa anche un Nastro d'argento per la trasposizione cinematografica. Ma è anche il sottobosco di personaggi secondari a rendere Boris un'opera iconica.



A livello di qualità certamente non è l'unica serie nostrana a rappresentare un'eccezione. Abbiamo Romanzo Criminale e Gomorra, per non parlare del visionario The Young Pope. Ma se i primi due rappresentano una novità soprattutto per le innovazioni narrative - il tocco di Sollima e l'avvicinamento alla serialità americana - che per i temi trattati, e l'opera di Sorrentino è una produzione HBO e Canal+, con l'unico sprazzo di italianità rappresentato da Sky, Boris è invece originale sotto tutti i punti di vista. Si pensava - o si sperava - che il suo avvento potesse lasciare in eredità un nuovo tipo di prodotto televisivo, che avrebbe permesso all'Italia di avere i suoi The Office o The Newsroom, ma così non è stato. Boris è rimasto un unicum, e il motivo è il seguente: per fare satira sulla società non basta far ridere, bisogna in qualche modo prevederne il futuro. Ed evidentemente non è così facile.


A livello televisivo l'autoprofezia di Boris è arrivata direttamente in una delle sue puntate: “In Italia una fiction diversa, oggi, non solo non è possibile, ma non è neanche augurabile. Non la vuole nessuno una fiction diversa. Ma tu ti rendi conto di cosa succederebbe se veramente qualcuno facesse una fiction più moderna? Ben scritta, ben recitata, ben girata. Tutto un intero sistema industriale, fondamentale per il nostro Paese, dovrebbe chiudere. Caput! Ma la domanda è un'altra: perché rivoluzionare un sistema che funziona già?”.


La riflessione si articola su un pensiero inquietante: il sistema funziona proprio perché la “monnezza” televisiva che ci invade genera introiti e nessuno vuole prendersi rischi, pena l'espulsione.



Il sottotesto di Boris non può che toccare anche la sfera politica, seppur con diversi livelli di interpretazione. Il primo riguarda l'usanza delle raccomandazioni, ed è esilarante la scena in cui la troupe si sganascia dalle risate di fronte all'irrilevanza del figlio di un deputato dei Verdi. E se i toscani non hanno “devastato il nostro Paese”, forse hanno almeno fatto a pezzi il centrosinistra. Il secondo, più profondo e radicato nella nostra contemporaneità, è il modo in cui la politica plasma i cittadini attraverso mezzi di propaganda di costume, mutando le proprie vesti per avvicinarsi al pubblico e trasformarlo. Nella terza stagione viene mostrato il tentativo di transizione del regista Renè Ferretti verso una tv di qualità. L'inevitabile epilogo, in seguito agli scleri di Ferretti sulla “qualità che ha rotto il cazzo”, e il monologo di uno degli sceneggiatori fittizi, che traccia la sua idea per conquistare l'italiano medio: “Renè, la locura. La pazzia, che cazzo Renè, la cerveza, la tradizione, o merda, come la chiami tu, ma con una bella spruzzata di pazzia: il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillettes. In una parola: Platinette. Perché Platinette, hai capito, ci assolve da tutti i nostri mali. Sono cattolico, ma sono giovane e vitale perché mi divertono le minchiate del sabato sera. Ci fa sentire la coscienza a posto Platinette, questa è l'Italia del futuro: un Paese di musichette, mentre fuori c'è la morte”. È questo il riassunto di quel periodo in cui il berlusconismo batteva i suoi ultimi colpi di coda, lasciando il posto a quel che abbiamo ora, con quel conservatorismo ancor più nascosto negli anfratti della simpatia del finto uomo semplice, della malizia di chi pretende di avvicinarsi al popolo con una “locura” virtuale, un nonsense che a forza di essere sfruttato lobotomizza le menti. D'altronde oggi Platinette è tra i sovranisti che difendono Libero e tuonano su La Verità che “la normalizzazione gay è un orrore”. Tutto torna.



È però riduttivo associare Boris alla preveggenza dei suoi messaggi, soprattutto perché ha voluto fare una caricatura di diversi compartimenti della società, anche fini a se stessi. Quindi l'antitormentonismo diventa involontariamente fucina di tormentoni: se oggi facciamo le cose “a cazzo di cane” o ridiamo urlando “bucio de culo” come Martellone, è perché il lessico di Boris si è insinuato in noi: “Così, de botto, senza senso”. La vittoria degli sceneggiatori è quella di aver infranto il muro della finzione, distrutto la quarta parete che separa gli spettatori dagli attori. Così anche i camei di Paolo Sorrentino, Corrado Guzzanti o Giorgio Tirabassi non sono state delle apparizioni pleonastiche, ma un'incursione nell'universo borisiano prendendo spunto dalla realtà che ci circonda. Sorrentino, nella serie, viene scambiato per Matteo Garrone, e gli vengono poste domande su Gomorra. Poco dopo l'uscita di quella puntata, l'allora ministro dei Beni culturali, il “poeta” Sandro Bondi, è incappato nella stessa gaffe, a dimostrare che talvolta la realtà e la finzione hanno dei confini così risicati da scomparire.



Boris ha poi tentato il grande salto al cinema. Il risultato è stato piacevole, ottima l'idea di giocare su La casta e la visione che ne hanno gli italiani, ma forse ci si è concentrati troppo sulle esigenze degli spettatori che non avevano mai visto la serie. Inoltre sono stati messi in secondo piano alcuni personaggi fondamentali, come Stanis La Rochelle. Probabilmente il formato ideale di Boris resta quello della serie, con brevi episodi da buttar giù tutti d'un fiato. Si parla da anni di una possibile quarta stagione, ma gli interrogativi sono molti. La prematura scomparsa dello sceneggiatore Mattia Torre è un macigno, e il ritorno di Boris senza di lui sarebbe una creatura zoppa. Inoltre sono cambiati i codici della televisione, non tanto per quel che riguarda la qualità - la merda continua a regnare sovrana con qualche piccola interruzione - bensì i metodi di accesso ai contenuti, la comicità, la società civile (che si è avvicinata sempre più alla locura anticipata da Boris). Di materiale ce ne sarebbe: i mostri si rigenerano e la satira per questo riesce a sopravvivere, ma le tre stagioni sono perfette così, e forse non vale la pena rischiare un epilogo più debole.


Quello che resta oggi di Boris è la memoria del più riuscito esperimento tra tutte le serie tv italiane, l'unico capace di deviare dai binari degli stereotipi sulla “commedia all'italiana”, del continuo riciclare idee trite e ritrite che non appagano il pubblico ma lo fanno sentire a casa, al sicuro. Boris è l'uscita dalla comfort zone e nessun prodotto che lo ha seguito è ancora riuscito a fare altrettanto.


Tutte le foto per gentile concessione di Fox Channels Italy

Ten years after its end Boris remains the best Italian series ever

By Mattia Madonia

On in Italy practically nothing happens: Pope Ratzinger is eighty years old and the premier Prodi calls for a new electoral law and talks about the project of “a great adventure that will be measured with the country not against the parties, but beyond the parties”. He refers to Pd, born a few months later. In Virginia, instead, a South Korean student makes the umpteenth massacre in a US university campus: 32 dead people. Yet that day will not be remembered for any of these events. Fox indeed airs the first episode of an Italian TV series that will change our language and our way of watching the television. It had to be called Sampras, but to avoid legal troubles with Nike has been chosen another name: Boris. Just over ten years have passed, Ratzinger is still alive but there is another pope, the politicians continue to ask new electoral laws, the Pd meanwhile was born but perhaps it would have been better than no, and in USA continue to shoot easily, but we remember every single line of Boris.


Boris borns from a subject of Luca Manzi and Carlo Mazzotta and finds its dimension in the hands of the three screenwriters Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico and Luca Vendruscolo. It's a metaseries that ridicules the world of Italian television and, consequently, the same Italy. The viewer watches the realization of a poor level sitcom, Gli occhi del cuore (The eyes of the heart), through the uses and manias of a teared troupe, neurotic and absolutely irresistible. Inside there's everything: the enslaved intern, the “bitch” actress, the pathological narcissist, the director in continuous conflict between quality and shit. Yes, because Boris basically talk about this: slams reality in your face telling you that Italian television is very pure shit, without any respect for the viewer.



The paradox of Boris is that during the first airing it has been a half flop. It's well explained by Marta Bertolini of Fox: “Let's say it, Boris on Fox was watched by very few people and it has became a cult thanks to word of mouth and piracy”. Its fruition has anticipated the times: in an age when Netflix didn't exist and the concept of TV on demand was still nebulous, the spectators decided to follow the series when and how they wanted. Mainly by illegally downloading the episodes on the Internet. Boris has been transmitted in the clear, on Cielo and then on Rai 3, only two and a half years after the airing of the first episode. In the meantime three seasons have been realized that have confirmed the theses on the filter bubble: everyone in your circle followed it, while outside it was practically an unknown product.


The strength of Boris since the debut has been the intention to deconstruct the universe of Italian television, to show the dirt hidden under the rug. To do this it was necessary to avoid using the means “a little too Italian”, and therefore rhetoric and simple moralism, grabbing instead to an irreverent realism son of the genius of the trio of screenwriters. All this making you laugh a lot. And here comes into play a perfect cast, put in the best conditions to give almost all the actors who composed it the role of the life. Francesco Pannofino has showed that besides the voice there is much more, Pietro Sermonti got rid of the mark of Un medico in famiglia (A Doctor in the Family - Original format: Médico de familia) releasing an unequalled histrionism, Caterina Guzzanti has passed the complex of making people laugh with an interpretation diametrically opposed to hers usual canons, Alessandro Tiberi has revealed himself to the general public and Carolina Crescentini has passed one of the most difficult tests for an actor - to play the part of the one who plays badly - even winning a Nastro d'argento (Silver ribbon) for the cinematographic transposition. But it's also the group of secondary characters to make Boris as an iconic work.



In terms of quality certainly isn't the only Italian series that is an exception. There's also Romanzo Criminale (Criminal Romance) and Gomorra (Gomorrah), not to mention the visionary The Young Pope. But if the first two represent an originality above all for narrative innovations - the direction of Sollima and the approach to the American seriality - that for the themes debated, and the work of Sorrentino is a production HBO and Canal+, with the only flash of Italianness represented by Sky, Boris is instead original from all points of view. It was thought - or hoped - that its advent could bequeath a new type of television product, that would have allowed Italy to have its own The Office or The Newsroom, but this didn't happen. Boris has remained an unicum, and the reason is the following: to make satire about the society it's not enough to make people laugh, it has somehow to predict its future. And obviously it's not so easy.


On television level the self-prediction of Boris is come directly in one of its episodes: “In Italy a different drama, today, not only it's not possible, but neither it's desirable. Nobody wants a different drama. But do you realize what would happen if someone really did a more modern drama? Well written, well acted, well shot. An entire industrial system, fundamental for Italy, should be closed. Caput! But the question is another: why revolutionize a system that already works?”.


The reflection is based on a disturbing thought: the system works just because the televisive “rubbish” that invades us generates incomes and nobody wants to take risks, to avoid the expulsion.



The subtext of Boris also deals with the political sphere, albeit with different levels of interpretation. The first one concerns the custom of the recommendations, and is exhilarating the scene in which the crew laughs out loud in front of the irrelevance of the son of a deputy of the Greens. And if the Tuscans haven't “devastated Italy”, perhaps they have at least torn the center-left parties. The second, more profound and rooted in Italian contemporaneity, is the way in which politics shapes citizens through means of costume propaganda, changing their roles to get closer to the public and transform it. In the third season is shown the attempted transition of the director Renè Ferretti towards a quality TV. The inevitable epilogue, following the freaks out of Ferretti about “quality has fucked”, and the monologue of one of the fictitious screenwriters, who traces his idea to conquer the average Italian: “Renè, the locura (madness). The madness, what the fuck Renè, the cerveza, the tradition, or shit, as you call it, but with a nice splash of madness: the worst conservatism that however is tinged with sympathy, with color, with sequins. In a word: Platinette. Because Platinette, you have understood, absolve us of all our sins. I'm Catholic, but I'm young and vital because I enjoy the Saturday night bullshits. Platinette makes us feel a clear conscience, this is the Italy of the future: a country of jingles, while outside there is the death”. This is the summary of that period in which the Berlusconi age was almost at the end, giving way to what we have now, with that conservatism even more hidden in the nooks of the sympathy of the fake simple man, of the malice of those who claim to approach the people with a virtual “locura” (madness), a nonsense that by dint of being exploited lobotomizes the minds. Besides today Platinette is among the sovereignists that defend Libero and shout on La Verità that “the gay normalization is a horror”. Everything makes sense.



It's however reductive to associate Boris to the foresight of its messages, above all because it has wanted to make a caricature of different compartments of the society, even ends in themselves. So the anti-catchphrasism becomes involuntarily forge of catchphrases: if today we make the things “to fucking dog” or we laugh screaming “fucking lucky” as Martellone, it's because the lexicon of Boris has crept into us: “So, suddenly, nonsense”. The victory of the screenwriters is the one of having broken the wall of the fiction, destroyed the fourth wall that separates the spectators from the actors. So also the cameos of Paolo Sorrentino, Corrado Guzzanti or Giorgio Tirabassi haven't been some pleonastic apparitions, but an incursion into the Boris universe taking inspiration from the reality that surrounds us. Sorrentino, in the series, is mistaken for Matteo Garrone, and are made to him questions about Gomorra (Gomorrah). Shortly after the release of that episode, the Minister of Cultural Heritage at the time, the “poet” Sandro Bondi, is stumbled in the same gaffe, to show that sometimes the reality and the fiction have such narrow borders as to disappear.



Boris then has made the big leap to the cinema. The result was pleasant, excellent idea the one to play about La casta (The Caste) and the vision that Italians have of it, but perhaps it was focused too much on the needs of the spectators who had never seen the series. In addition were also overshadowed some basic characters, as Stanis La Rochelle. Probably the ideal format of Boris remains the one of the series, with short episodes to be watched all at once. There has been talk for years of a possible fourth season, but the questions are many. The premature death of the screenwriter Mattia Torre is a huge weight, and the return of Boris without him would be a lame creature. Furthermore the codes of television have changed, not so much as regards the quality - the shit continues to reign supreme with some minor interruptions - but the methods of accessing the contents, the comedy, the civil society (that has come closer and closer to the locura (madness) anticipated by Boris). There would be a lot of material: the monsters regenerate themselves and the satire for this manages to survive, but the three seasons are so perfect, and perhaps itsn't worth risking a weaker epilogue.


What remains today of Boris is the memory of the most successful experiment among all the Italian TV series, the only one able to deviate from the tracks of the stereotypes about the “Italian-style comedy”, of the continuous recycling of shopworn ideas that don't satisfy the public but make them feel at home, safe. Boris is the exit from the comfort zone and no product that has followed it has yet managed to do the same.


All photos courtesy of Fox Channels Italy

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