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Perché ci scordiamo sempre di Boris?

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Perché ci scordiamo sempre di Boris?

by Emanuele Di Eugenio

4 mesi fa

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Qualche giorno fa, parlando del più e del meno con un amico, è venuta fuori nel discorso una citazione estemporanea tratta da Boris. Non è la prima volta che Boris finisce per invadere le conversazioni di tutti i giorni riuscendo a incidere in maniera icastica sul senso del discorso. “Boris si presta a ogni contesto”, è stato il commento laconico ma puntuale del sopracitato amico.

Nelle pieghe di una Serie così “non-italiana”, facendo il verso a Stanis, si annida qualcosa di estremamente quotidiano.

Qualcosa capace di colpire nel vivo e scoprire i nervi di un'ipocrisia che percepiamo nella nostra routine, soprattutto lavorativa. Nonostante questo, Boris rimane un'opera raramente menzionata e scarsamente analizzata tanto dalla critica quanto dal pubblico.


L'iconicità dei dialoghi è resa esplicita soprattutto dagli aficionados più fedeli che non mancano di imperversare su social e forum dedicati. I risultati sono spesso perle di rara bellezza. Basti pensare alla pagina Facebook “Ferretti cammina con me”, capace di coniugare con ironia mordente l'espressività irresistibile di Boris con l'immaginifica forza rappresentativa di Twin Peaks.


Se però abbandoniamo questi lidi isolati di elitaria appartenenza (un po' radical chic) e ci tuffiamo nelle piazze virtuali del vasto pubblico, Boris sparisce misteriosamente dalla scena. Una colpa, grave, che merita un'espiazione finale. Questo articolo si propone perciò il compito di restituire visibilità a un'opera tra le più importanti della serialità italiana troppo spesso trascurata e relegata a spazi di esclusivismo citazionale.

Alla base di un disinteresse, almeno apparente, per Boris è forse un fattore tutt'altro che trascurabile.

Nonostante la Serie si presenti come comedy, i suoi contenuti sono tutt'altro che leggeri. Boris parla alla nostra quotidianità. Ci cala nella vita di tutti i giorni, in quel mondo fatto di arrivismo, pressappochismo e spocchia in cui diavoli e ingenui si alternano sulla scena senza possibilità di scampo. Tutti i personaggi diventano vittime e complici di un apparato di potere radicato e irremovibile che decidono di accettare.


Anche Alessandro, l'idealista, incerto “protagonista” della Serie, attraverserà questo inferno lavorativo passando dall'ingenuità iniziale di chi crede nel merito e nell'impegno alla finale scelta della scorciatoia e del parentelismo. Lo farà affiancato da Lorenzo, lo “stagista-schiavo” anche lui sempre più inserito nei meccanismi perversi di un sistema di cose che non può essere forzato, solo assecondato.


Nessuno viene meno a questa logica, nessuno diventa credibile, granitico difensore di un'etica lavorativa irreprensibile. Alla fine, tutti cedono. O, come chiariremo più avanti, quasi tutti. In Boris non c'è mai un'ironia leggera, distensiva e rassicurante. L'aspetto comico si mescola con la cruda pesantezza dell'attualità. L'effetto generato sa di satira ma soprattutto di grottesco.

Ci spiazza, finendo per incupirci e privarci delle nostre speranze e convinzioni.

Non riusciamo ad accettare la visione, a farla nostra. A credere a un contesto lavorativo come quello rappresentato nella Serie. Dietro Boris c'è la rabbia e la stizza di chi ha vissuto e vive in quel mondo. Di chi ne conosce le ipocrisie e la retorica che si manifesta in ogni momento. Certo, tutto è esasperato, portato all'estremo secondo un gusto satirico che non ammette compromessi.


Le discrasie della società sono volutamente accentuate al fine di un ribaltamento comico altrimenti impossibile. In questo stravolgimento non c'è però falsità. Dietro la stereotipata rappresentazione di ogni personaggio si staglia la critica a un atteggiamento, a un modo di essere, a una mancanza morale.


In Duccio Patanè è rispecchiato il lassismo, prodotto della disillusione di un uomo, un tempo promettente direttore della fotografia. In lui, siciliano di Messina, si esprime a pieno la lenta, sorniona e logora mentalità nichilista del venerando popolo siculo. È la “colpa del fare”, splendidamente descritta da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo: “Il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di 'fare'. [...] il sonno è ciò che i Siciliani vogliono”.

Duccio è il meccanismo di una macchina che esige solo prodotti atti al consumo. Che non accetta arte né profondità di sguardo.

Dall'altra parte però è anche boia, colpevole rappresentante di quello status quo che ha smesso di combattere nella rassegnata consapevolezza che ogni altra scelta sarebbe inutile se non controproducente.


Rispetto a René non crede più a una possibilità di cambiamento e neppure la vuole. Quando la parola d'ordine diventa 'qualità', Duccio nicchia, storce il naso. Sa di non essere più il direttore di una volta. Sa di non poter essere all'altezza. Di contro René non abbandona mai l'idea di una rivoluzione, di una regia che finalmente si sottragga alle logiche del vasto pubblico. Sarà perciò destinato al fallimento.


Perché anche lui, come Duccio, non è più il regista di un tempo. O meglio, non lo è mai stato. Quel suo potenziale è rimasto schiacciato dal compromesso morale di chi ha accettato di produrre fiction di bassa lega. E ora è troppo tardi per potersi sottrarre al processo di degradazione stilistica di cui è stato interprete e vittima per interi decenni. Questo risulterà evidente soprattutto nella terza stagione (e in Boris - il film) che segnerà il naufragare di qualunque velleità artistica del Ferretti.

Il regista de Gli Occhi del Cuore è un manovale, un operaio in grado di fornire una vasta mole di lavorazione nel giro di pochi giorni.

In questo risulta abilissimo e perfetto nel contesto di una fiction italiana che pretende gran quantità e scarsa qualità. René non ha scelta, ha perso molti anni prima la possibilità di cambiare direzione alla sua carriera e ora non può far altro che accettare il compromesso etico che gli permette di sopravvivere. Ad affiancarlo sono una pletora di personaggi dalle più svariate personalità.


Il loro realismo proviene dall'ispirazione che gli autori di Boris hanno tratto dalle persone realmente presenti sul set della Serie. Ne deriva un microcosmo sfaccettato e deliziosamente tratteggiato fatto di sempliciotti come Itala e Biascica; sbarazzini come Arianna; e spocchiosi come Corinna e Stanis.


Quest'ultimo in particolare rappresenta forse uno dei personaggi più riusciti e divertenti della Serie. Se Duccio e René paiono rendersi conto del degrado artistico nel quale a fatica si tengono a galla, Stanis, dal basso della sua incompetenza recitativa, sguazza perfettamente in quel contesto di faciloneria. La sua voglia di abbandonare una fiction “troppo italiana” è pura parvenza. La mediocrità unita all'alta considerazione di sé generano un effetto comico straordinariamente riuscito.

La retorica vuota ed esteriore di Stanis è la maschera di un uomo privo di profondità interiore.


Gli apprezzamenti per il teatro, per la concretezza di una recitazione essenziale e per la qualità mimica non sono altro che tentativi di nascondere il nulla che lo investe. Stanis rappresenta il “divo” nella sua accezione più negativa: un tronfio, narcisista, egocentrico cultore di se stesso. La parlantina che lo contraddistingue lo aiuta a destreggiarsi in ogni situazione.


Spesso però l'iperbolicità delle sue dichiarazioni conduce il discorso all'assurdo rendendolo vittima comica di se stesso. Come quando afferma: “Io considero Kubrick un incapace! Lo considero il classico esempio di instabilità artistica, abbia pazienza! È uno che affrontava un genere, falliva e passava a un altro genere”.


In questo miasma di personaggi senza arte né parte si distingue però anche una figura positiva, quasi angelica. Si tratta di Fabiana, attrice in erba ma dal potenziale enorme nonché figlia di René. Nel contesto di superficialità in cui si trova, Fabiana rischia di risultare vittima, agnello sacrificale di un mondo che non accetta il merito.

Eppure, è proprio allora che appare l'alternativa rappresentata da quel Sorrentino capace di cogliere immediatamente le qualità della ragazza selezionandola per un suo film.


Nel regista napoletano si incarna così l'immagine di una via diversa, la possibilità di un cambiamento. Il suo cinema (realmente di qualità) sembra gridare che sì, esiste ancora una profondità di sguardo irrimediabilmente preclusa però ai dannati dell'inferno della fiction italiana.


Boris ci parla con crudezza e onestà. Lo fa nel modo “più italiano” che conosciamo: facendo la satira di quei vizi e difetti che coinvolgono tutti noi. Lo fa creando figure nelle quali riviviamo la nostra quotidianità fatta di arrivismo, materialità e concretezza spicciola. Non c'è spazio per l'idealismo e per il merito. Solo per lo scambio clientelare e l'affermazione individuale. Una visione indispensabile da avere di fronte ma certo difficile da accettare. E forse proprio per questo ci dimentichiamo spesso di Boris.

Why do we always forget about Boris?

by Emanuele Di Eugenio

4 months ago

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A few days ago, talking about this and that with a friend, an extemporaneous quote from Boris came out in the speech. It's not the first time that Boris ends up invading everyday conversations managing to affect effectively the meaning of the speech. “Boris is appropriate to every context”, has been the laconic but precise comment of the aforementioned friend.

In the folds of a series so “not-Italian”, parroting Stanis, it lurks something extremely daily.

Something able to hit to the quick and to show the nerves of an hypocrisy that we perceive in our routine, especially in the work. Despite this, Boris remains a work rarely mentioned and barely analyzed by both critics and the public.


The iconic nature of the dialogues is made explicit above all by the fans more faithful that don't fail to rage on socials and dedicated forums. The results are often pearls of rare beauty. Just think of the Facebook page “Ferretti cammina con me” (Ferretti walks with me), capable of combining with biting irony the irresistible expressiveness of Boris with the creative representative force of Twin Peaks.


If however we abandon these isolated shores of elite membership (a bit radical chic) and we dive into the virtual places of the extended public, Boris mysteriously disappears from the scene. A fault, serious, which deserves a final expiation. This article therefore proposes the task of restoring visibility to one of the most important work of Italian seriality too often neglected and relegated to spaces of quotations exclusivity.

At the base of a disinterest, at least apparent, for Boris is perhaps a factor that is anything but negligible.

Despite the series presents itself as comedy, its contents are anything but careless. Boris speaks to our everyday life. It bring us in everyday life, in that world of ambition, sloppiness and arrogance in which devils and naives alternate on the scene without possibility of escape. All the characters become victims and accomplices of an apparatus of rooted and unmovable power that they decide to accept.


Even Alessandro, the idealist, uncertain “protagonist” of the series, will cross this working hell passing from the initial ingenuity of those who believe in the merit and in the commitment to the final choice of the shortcut and of the parenting. He will do it flanked by Lorenzo, the “intern-slave” even he always more inserted in the perverse mechanisms of a system of things that can not be forced, only indulged.


Nobody fails this logic, nobody becomes credible, rigid defender of an irreproachable work ethic. In the end, everyone surrenders. Or, as we will explain later, almost everyone. In Boris there is never a light, relaxing and reassuring irony. The comic aspect mixes with the raw heaviness of the current events. The generated effect results to be satire but above all of grotesque.

It floor us, ending to darken us and deprive us of our hopes and convictions.

We can not accept the vision, to make it ours. To believe in a working context as the one represented in the series. Behind Boris there's the anger and the annoyance of those who has lived and live in that world. Of who knows the hypocrisy and the rhetoric that manifests itself in every moment. Of course, everything is exasperated, taken to the extreme according to a satirical taste that doesn't allow compromises.


The bad mixes of society are deliberately accentuated for the purpose of a comic inversion otherwise impossible. However in this inversion there's no falsehood. Behind the stereotypical representation of each character stands the criticism to an attitude, to a way of being, to a moral lack.


In Duccio Patanè is reflected the laxity, produced from the disillusionment of a man, once a promising director of photography. In him, Sicilian from Messina, it fully expresses the slow, sly and worn nihilistic mindset of the venerable Sicilian people. It's the “fault of doing”, beautifully described by Giuseppe Tomasi di Lampedusa in Il Gattopardo (The Leopard): “The sin that we Sicilians never forgive is simply the one of 'to do'. [...] the sleep is what the Sicilians want”.

Duccio is the mechanism of a machine that requires only products suitable for consumption. Which doesn't accept art or depth of look.

On the other hand however he's also executioner, guilty representative of that status quo that has stopped fighting in the resigned awareness that any other choice would be useless if not counterproductive.


Compared to René he no longer believes in a possibility of change and doesn't even want it. When the code word becomes 'quality', Duccio moans, distorts the nose. He knows he's no longer the director of the past. He knows he can not to rise. On the other hand René never abandons the idea of a revolution, of a direction that finally escapes the logic of the wide audience. It will therefore be destined for failure.


Because even he, as Duccio, is no longer the director of the past. Or rather, he was never it. That his potential remained crushed by the moral compromise of who has agreed to produce dramas of poor quality. And now it's too late to be able to escape the process of stylistic degradation of which he has been interpreter and victim for entire decades. This will be especially evident in the third season (and in Boris - The movie) that will mark the shipwreck of any artistic ambition of Ferretti.

The director of The eyes of the heart is a laborer, a worker able to provide a large amount of work in a few days.

In this he's very good and perfect in the context of an Italian drama that demands great quality and poor quality. René has no choice, has lost many years before the possibility of changing his career direction and now he can not do anything else that accepting the ethical compromise that allows him to survive. To support him there are a plethora of characters from the most varied personalities.


Their realism comes from the inspiration that the authors of Boris have drawn from the people actually present on the set of the series. The result is a multifaceted and delightfully dashed microcosm made up of naives as Itala and Biascica; carefree as Arianna; and snotty as Corinna and Stanis.


The latter in particular is perhaps one of the most successful and fun characters in the series. If Duccio and René seem to realize the artistic degradation in which they hardly keep afloat, Stanis, from the bottom of his acting incompetence, wallows perfectly in that context of easiness. His desire to abandon a drama “too Italian” is pure appearance. The mediocrity combined with high self-esteem generate an extraordinarily successful comic effect.

Stanis' empty and external rhetoric is the mask of a man without inner depth.


The appreciations for the theater, for the concreteness of an essential recitation and for the mimic quality are nothing but attempts to hide the nothingness that invests him. Stanis represents the “dive” in its most negative sense: a pompous, narcissist, egocentric lover of himself. The eloquence that distinguishes him helps him to juggle in every situation.


Often however the hyperbolic nature of his statements leads the speech to the absurd making him a comic victim of himself. As when he states: “I consider Kubrick an incapable! I consider him the classic example of artistic instability, have patience! He's one who faced a genre, failed and passed to another genre”.


In this miasma of characters without art or part however it distinguishes also a positive figure, almost angelic. It's about Fabiana, budding actress but with huge potential as well as daughter of René. In the context of superficiality in which she finds, Fabiana risks becoming a victim, sacrificial lamb of a world that doesn't accept the merit.

And yet, it's precisely then that appears the alternative represented by Sorrentino, capable of immediately grasping the qualities of the girl by selecting her for one of his movie.


The director from Naples thus embodies the image of a different path, the possibility of a change. His cinema (really of quality) seems to cry that yes, it exists still a depth of gaze irremediably precluded however to the damned of the hell of the Italian drama.


Boris speaks to us with crudity and honesty. It does it in the “most Italian” way that we know: making the satire of those vices and defects that involve all of us. It does this by creating figures in which we relive our everyday life made of ambition, materiality and simple concreteness. There's no space for the idealism and the merit. Only for the patronage exchange and the individual affirmation. An essential vision to have in front of but certainly difficult to accept. And perhaps for this reason we often forget about Boris.

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