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News 2017

Italy, ten years after Boris, is more and more boor

| Linkiesta.it

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L'Italia, dieci anni dopo Boris, è sempre più cialtrona

Dal , giorno della prima puntata della serie Boris, sono passati dieci anni, eppure, malgrado un decennio, non solo è ancora attuale, ma è riuscita a rappresentare perfettamente l'Italia nel suo tratto più specifico e unico: la cialtroneria



L'errore più grosso che si può commettere parlando di una serie cult come Boris, che proprio in questi giorni compie dieci anni esatti, è pensare che la geniale creatura tirata fuori dal cappello da Luca Manzi e di cui la prima puntata andò in onda su Fox il , è pensarla esclusivamente come una serie parodica della televisione e della serialità televisiva italiana. Boris è molto di più, è la metafora più riuscita del nostro paese.



Intervistato proprio da Linkiesta qualche mese fa, Francesco Pannofino, o meglio, il maestro René Ferretti, era stato molto chiaro in proposito. «Boris ha successo non soltanto tra gli addetti ai lavori del mondo dello spettacolo», ci aveva raccontato, «Ha successo nelle banche, nei commissariati, nelle redazioni, negli uffici, dovunque c'è una gerarchia. C'è lo schiavo, c'è il capo stronzo, c'è quello che non si vede mai, c'è quello che media, il figlio di puttana». «Quella di Boris», aveva concluso quell'intervista mitigando l'assoluta serietà del concetto dietro una risatina, «è la miglior metafora di questo paese».



E aveva ragione Pannofino. Aveva ragione da vendere. Prima di tutto perché, è proprio vero che di ogni professioni, qui in Italia, si può fare un Boris. Lo si poteva fare all'epoca, e forse, ora che dieci anni sono passati dalla prima stagione, lo si può fare ancora di più.


Il segreto del successo di una serie che, almeno in partenza, aveva un target molto ridotto - addetti ai lavori o al massimo giovani studenti di cinema, pensava qualcuno - è stata esattamente questa. La capacità di cogliere dell'Italia non semplicemente un carattere peculiare, ma un frattale. Boris è quello, un frattale, una sineddoche, la parte che rappresenta il tutto, il particolare che ha dentro tutto il generale e che, per questo, parla a tutti.


Ma c'è anche un'altra particolarità che ha reso Boris quasi predittivo, profetico. Negli ultimi dieci anni infatti, l'Italia non ha fermato assolutamente la corsa verso il teatro dell'assurdo e del grottesco, anzi, se possibile l'ha accelerata. All'epoca della prima stagione di Boris, gente come Duccio Patané, direttore della fotografia cocainomane, o come lo sfigato e vessato stagista Alessandro o, ancora, come Stanis La Rochelle, pur rappresentando dei tipi umani molto comuni nei lavori creativi, probabilmente non erano capiti fino in fondo dalla media del pubblico, che quando sentiva René urlare «A cazzo di cane!», rideva a crepapelle senza sospettare che non si trattava di satira, ma di didascalia.


Ora, a dieci anni di distanza, tutto appare più nitido, e quel baraccone di cialtroni lassisti si riesce a vedere per quello che è: il ritratto perfetto di un paese che dell'A cazzo di cane ha fatto sempre di più il proprio motto e che non soltanto non ha rallentato di una virgola la sua caduta verso il fondo di un baratro che non toccherà mai, ma sembra quasi aver cercato di ispirarsi a Boris nella sua nuova classe politica ormai talmente poco credibile da sfiorare il grottesco.

Italy, ten years after Boris, is more and more boor

From , the day of the first episode of the series Boris, ten years have passed, yet, despite a decade, not only it's still current, but it managed to perfectly represent Italy in its most specific and unique trait: the boorness



The biggest mistake that can be made when talking about a cult series like Boris, that exactly in these days turns exactly ten years, is to think that the brilliant creature pulled out of the hat by Luca Manzi and whose first episode aired on Fox on , is to think of it exclusively as a parodic series of the Italian television and television seriality. Boris is much more, is the most successful metaphor of Italy.



Interviewed by Linkiesta a few months ago, Francesco Pannofino, or better, the master René Ferretti, had been very clear about it. «Boris is successful not only among the insiders of the entertainment world», had told us, «It's successful in banks, police stations, newsrooms, offices, wherever there is a hierarchy. There's the slave, there's the boss asshole, there's the one which is always absent, there's the one that mediates, the son of a bitch». «The one of Boris», had concluded that interview by mitigating the absolute seriousness of the concept behind a giggle, «is the best metaphor of Italy».



And Pannofino was right. He was very right. First of all because, it's just true that about every professions, here in Italy, it can be done a Boris. It could be done at the time, and perhaps, now that ten years have passed since the first season, it can be done even more.


The secret of the success of a series that, at least in the beginning, had a very small target - insiders or if anything young cinematography students, someone thought - has been exactly this. The ability to grasp about Italy not simply a peculiar character, but a fractal. Boris is that, a fractal, a synecdoche, the part that represents the whole, the detail that has inside all the general and that, for this reason, speaks to everyone.


But there is also another peculiarity that has made Boris almost predictive, prophetic. In the last ten years in fact, Italy has absolutely not stopped the race towards the theater of the absurd and the grotesque, indeed, if possible has accelerated it. At the time of Boris's first season, people as Duccio Patané, cocaine addict director of photography, or like the loser and harassed intern Alessandro or, still, as Stanis La Rochelle, while representing very common human types in creative works, probably weren't fully understood by the average of the public, that when heard René screaming «A cazzo di cane!» (To fucking dog), laughed out loud without suspecting that it wasn't satire, but caption.


Now, ten years later, everything looks sharper, and that group of lax scoundrels can be seen for what it's: the perfect portrait of a country that of A cazzo di cane (To fucking dog) has done more and more its own motto and that not only hasn't slowed down a minimum its fall towards the bottom that will never touch, but it almost seems to have tried to be inspired by Boris in its new political class now so little credible as to graze the grotesque.

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