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The Boris's syndrome: that is, why in Italy we aren't able to make TV series

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La sindrome di Boris: ovvero, del perché in Italia non siamo capaci a fare Serie TV

Pubblicato da Davide Mela il

La sindrome di Boris: ovvero, del perché in Italia non siamo capaci a fare Serie TV

“... Questa è l'Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c'è la morte.”


Perchè in Italia non riusciamo a fare i telefilm? Come è possibile che nei paesi anglosassoni si stia assistendo da alcuni anni ad una vera e propria rinascita artistica del medium televisivo, valorizzato da una programmazione incredibilmente ricca e di alto livello, e questa rivoluzione non tocchi minimamente la situazione del nostro mercato audiovisivo?


Il fatto che, in questo momento, la televisione sia meglio del cinema, è un fatto condiviso da una larga maggioranza di pubblico e critica. Mi riferisco però alla situazione americana, ovvero a quella che conta (anche solo per un fatto meramente economico).

Grazie alla crescita di canali via cavo come HBO e AMC, unita all'esplosione di realtà come Netflix e ai competitor che genererà nei prossimi anni, i professionisti del settore preferiscono sempre più orientarsi verso la televisione piuttosto che il cinema. Scrittori, registi e attori che prima snobbavano simpaticamente il piccolo schermo, ora fanno a gara per partecipare alla prossima stagione di True Detective.


Non in Italia: se qui il cinema sta male, la televisione generalista sta peggio. È un malato terminale che i suoi padroni stanno mantenendo da tempo in un regime di accanimento terapeutico, non ha le forze o la voglia di espandere i suoi orizzonti e cambiare una virgola dei suoi meccanismi.

Chi conosce Boris, la serie televisiva trasmessa da Fox negli scorsi anni, potrebbe portarla ad esempio di “eccezione alla regola” nel panorama italiano: un piccolo prodotto di nicchia che è rapidamente diventato piuttosto popolare e ha offerto, nei suoi alti e bassi, una cifra qualitativa molto al di sopra della media nazionale.

Mi ha sempre fatto sorridere il pensiero che il migliore (l'unico?) esempio di telefilm italiano valido è una sit-com che parla di quanto la televisione italiana faccia schifo.


E fidatevi, la televisione italiana fa schifo. Ho parlato con sceneggiatori di Mediaset che mi spiegavano che il canale più visto nel nostro paese resta e rimarrà sempre Rai 1, perchè è il primo pulsante sul telecomando e i vecchietti non vogliono confondersi a cambiare canale.

Ho ascoltato importanti produttori affermare sconsolati che non si può fare nulla di diverso, perchè l'anno scorso le repliche di Don Matteo hanno fatto più ascolti del maggior successo americano in Italia (Dottor House).

Perchè il nostro pubblico guarda più volentieri le repliche delle fiction che i telefilm delle reti via cavo americane, mentre dall'altra parte del mondo Mad Men e Breaking Bad fanno record di ascolti? Perchè, per dirla alla René Ferretti, “un'altra televisione in Italia è impossibile”?


Semplicemente, perchè è cattivo businnes. Il dato è questo: da Rai 1 a La7, passando per Mediaset, i sette principali canali televisivi hanno smesso da tempo di cercare nuovi target. La televisione è un prodotto consumato dalla fascia over 60, e i network generalisti non hanno più manifestato interesse nell'espandersi.

Il pubblico di riferimento resta da anni il medesimo, ed è precisamente quello su cui Rai e Mediaset si rannicchiano, fiduciosi che l'aumento della speranza di vita mantenga ancora a lungo l'unico pubblico a cui è lecito ambire.

Il rischio imprenditoriale legato alla possibilità di aprirsi a nuovi mercati è considerato troppo alto, tant'è che alla Rai esiste un intero canale (Rai 2) dedicato alla “rottamazione mascherata” dei prodotti rischiosi.


Rai 2 è il cimitero degli showrunner, e gli scrittori lo temono come il tristo mietitore: i fratelli Manetti hanno visto il loro gioiellino personale, “L'ispettore Coliandro”, massacrato da ascolti bassi e cambi improvvisi di palinsesto, e se una cosa per sbaglio funziona la si sposta subito sull'Uno. Rai 2 è il canale delle serie tv americane, che non devono fare ascolti perchè poi si rischia di doverle davvero acquistare e mandare in onda seriamente.


Il quadro generale è abbastanza semplice: se alla Rai vige il codice più ferreo del conservatorismo votato al dio dello status quo, dall'altra parte della carreggiata (Mediaset) si punta sul tradizionalismo “colorato da giovane”. Un esempio illuminante: ai tempi, la Rai rifiutò “I Cesaroni”, l'adattamento italiano di un format spagnolo, perchè lo riteneva troppo rischioso e rivolto a un pubblico giovane.

Mediaset, d'altra parte, si fa tradizionalmente meno problemi ad abbracciare prodotti più populisti e meno “democristiani”, che ogni tanto si fanno scappare la gag omofoba, la cafonata da bar e i rutti di Amendola.

“I Cesaroni” è “Un medico in famiglia” più dozzinale e operaio, laddove la Rai insegue ancora la chimera del ceto medio benpensante.


Con questa premessa, è facilmente leggibile il successo della risposta Rai alla soap con Amendola, quel “Tutti pazzi per Amore” (altro format acquistato dall'estero) chiaramente fiero del suo puntare più in alto: si rivolge al pubblico un po' più colto e benestante, che apprezza Marcorè e la Littizzetto più dei comici di Colorado.

Malgrado le diverse visioni, contenuti e “ideologie”, i target di riferimento di Rai e Mediaset restano drammaticamente simili: inutile cambiare, inutile pensare a prodotti che siano all'altezza degli utenti dello streaming e dei torrent.


Il terreno culturale di quel genere di pubblico è semplicemente non-replicabile in Italia: nessuna produzione, distribuzione o network generalista che io abbia mai incontrato ha le risorse economiche o intellettuali per puntare a quel target. Da un punto di vista di rischio imprenditoriale, per un manager della Rai puntare a fare la televisione americana sarebbe una follia, e anzi si deve garantire che ogni tentativo in quella direzione fallisca clamorosamente. Coliandro e Nero Wolfe non dovrebbero esistere, e se sono trasmessi è solo per manifestarne il fallimento.

L'unica regola del gioco è la continuità, la tradizione, la fiducia nel proprio bacino d'utenza consolidato.


Dall'altra parte del mondo, Mark Gatiss e Nick Pizzolatto decidono di volta in volta se vogliono scrivere un capolavoro, o solo una cosa bellissima. Benedict Cumberbatch e Jon Hamm diventano gli attori più desiderati al mondo, Game of Thrones offre intrattenimento consistentemente più valido di tutti i fantasy cinematografici degli ultimi livelli.

C'è chi ha educato il suo pubblico con Mad Men, e chi si è assopito davanti a “Distretto di Polizia”. Non è una questione di snobismo anglofilo o elitarismo, perchè il colpevole non è il popolino di turno che “ne vuole sempre di più”; quel popolino sta invecchiando e sparendo, e la televisione italiana generalista intende inseguirne gli ultimi vagiti.


È la Sindrome di Boris: la serenità nello scendere a patti con la propria mediocrità, e spendersi per tirare avanti alla giornata piuttosto che verso un'innovazione rischiosa e immensamente complessa. Pur con i suoi difetti, i suoi cedimenti alla comicità autoreferenziale e compiaciuta nonché il tentativo disastroso di “Boris: il film”, la serie di Fox ha sempre eccelso in un punto: servire da metafora caustica del Paese in cui è ambientata.


Davide Mela

@twitTagli

The syndrome of Boris: that is, why in Italy we aren't able to make TV series

Published by Davide Mela on

The Boris's syndrome: that is, why in Italy we aren't able to make TV series

“... This is the Italy of the future: a country of jingles, while outside there is the death.”


Why in Italy we can not make the Tv series? How is it possible that in the Anglo-Saxon countries for some years is developing a real artistic renaissance of the television medium, enhanced by an incredibly rich and high-level programming, and this revolution doesn't slightly affect the situation of the Italian audiovisual market?


The fact that, at this moment, the television is better than the cinema, is a fact shared by a large majority of public and critics. I refer however to the American situation, that is the one that matters (even if only for a merely economic issue).

Thanks to the growth of cable channels as HBO and AMC, combined with the explosion of realities like Netflix and to the competitors that will generate in the coming years, the professionals in the sector more and more prefer to focus on the television rather than the cinema. Writers, directors and actors who before nicely snubbed the television, now compete to participate in the next season of True Detective.


Not in Italy: if here the cinema is bad, the generalist television is worse. It's a terminally-ill that its masters have been maintaining for some time in a regime of therapeutic fury, it hasn't the strength or the desire to expand its horizons and to change a comma of its mechanisms.

Who knows Boris, the television series broadcast by Fox in recent years, could lead it to example of “exception to the rule” in the Italian panorama: a small niche product that has quickly became quite popular and has offered, in its ups and downs, a qualitative figure far above the national average.

It has always made me smile the thought that the best (the only one?) example of valid Italian tv series is a sit-com that talks about how much Italian television sucks.


And trust me, Italian television sucks. I have spoken with screenwriters of Mediaset who explained to me that the most viewed channel in Italy is and will always be Rai 1, because it's the first button on the remote control and the old men don't want to get confused to change channel.

I have listened to important producers to say disconsolate that you can not do anything different, because last year the replies of Father Matteo have made more Tv ratings than the most successful American tv series in Italy (Dottor House).

Because our audience is more willing to watch replicas of dramas than the TV series of American cable networks, while on the other side of the world Mad Men and Breaking Bad make records of Tv ratings? Why, to say it like René Ferretti, “another television in Italy is impossible”?


Simply, because it's bad business. This is the data: from Rai 1 to La7, passing through Mediaset, the seven major TV channels have long since stopped searching for new targets. Television is a product consumed by the over 60s bracket, and the generalist networks have no longer shown interest in expanding.

The reference public has remained the same for years, and is precisely the one on which Rai and Mediaset curl up, confident that the increase in life expectancy will still maintain the only public to which it's legitimate to aspire.

The entrepreneurial risk linked to the possibility of opening up to new markets is considered too high, so much so that in Rai there is an entire channel (Rai 2) dedicated to the “masked scrapping” of risky products.


Rai 2 is the showrunners' cemetery, and the writers fear it as the sad reaper: Manetti brothers have seen their personal gem, “L'ispettore Coliandro” (The Inspector Coliandro), ruined by low ratings and sudden changes of show schedule, and if a tv product by mistake works it's immediately moved to Rai Uno. Rai 2 is the channel of the American TV series, that don't have to get high Tv ratings because then it risks having to really buy and broadcast seriously.


The overall picture is quite simple: if in Rai there is the strictest code of the conservatism devoted to the god of the status quo, on the other side of the roadway (Mediaset) points to the traditionalism “colored by young”. An illuminating example: at the time, the Rai refused “I Cesaroni” (Original format: Los Serrano), the Italian adaptation of a Spanish format, because considered it too risky and aimed at a young audience.

Mediaset, on the other hand, has traditionally fewer problems to embrace products more populist and less “Christian Democrats”, that occasionally make the homophobic gag, the oafish manner typical from coffee bars and the burps of Amendola.

“I Cesaroni” (Original format: Los Serrano) is like “Un medico in famiglia” (A Doctor in the Family - Original format: Médico de familia) more cheesy and worker, where the Rai still chases the chimera of the right-thinking middle class.


With this premise, is easily readable the success of the Rai answer to the soap with Amendola, that “Tutti pazzi per Amore” (All crazy for Love) (other format purchased from abroad) clearly proud of his aim higher: is aimed at a slightly more cultured and well-off public, who appreciates Marcorè and Littizzetto more than the comedians of Colorado.

Despite the different visions, contents and “ideologies”, the target audience of Rai and Mediaset remain dramatically similar: needless to change, needless to think of products that are up to the users of the streaming and of the torrents.


The cultural subject of that kind of public is simply not-repeatable in Italy: no production, distribution or generalist network that I have ever met has the economic or intellectual resources to aim at that target. From an entrepreneurial risk point of view, for a manager of the Rai aiming to make the American television would be a madness, and indeed it must be guaranteed that any attempt in that direction fails surprisingly. Coliandro and Nero Wolfe should not exist, and if they are broadcast is only to show their failure.

The only rule of the game is the continuity, the tradition, the trust in its consolidated user base.


From the other side of the world, Mark Gatiss and Nick Pizzolatto decide from time to time if they want to write a masterpiece, or just a beautiful thing. Benedict Cumberbatch and Jon Hamm become the most desired actors in the world, Game of Thrones offers entertainment consistently more valuable than all the fantasy movies of the last levels.

Someone has educated his audience with Mad Men, and who has fallen asleep before “Distretto di Polizia” (Police District). It's not a question of anglophile snobbery or elitism, because the culprit is not the people on duty that “wants more and more”; that people is aging and disappearing, and the generalist Italian television intends to pursue its last dawns.


It's the Syndrome of Boris: the serenity in coming to terms with one's own mediocrity, and spend to get ahead of the day rather than a risky innovation and immensely complex. Even with its flaws, its yielding to self-referential and self-satisfied comedy as well as the disastrous attempt of “Boris - The movie”, the series by Fox has always excelled at one point: to serve as a caustic metaphor of Italy in which it's set.


Davide Mela

@twitTagli

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